L'arco di Ulisse

23 Settembre Set 2014 1502 23 settembre 2014

Siani e la dignità del giornalismo

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Il 23 settembre del 1985, pochi giorni dopo il suo ventiseiesimo compleanno, fu ucciso dalla camorra Giancarlo Siani, un cronista leale, coraggioso e appassionato, che si apprestava a vivere la professione giornalistica con la voglia e l’entusiasmo di chi svolge questo lavoro con dignità, senza disporsi in posizioni comode e di convenienza, che aprono ai compromessi e accelerano la carriera. Dotato di una buona dose di curiosità, capacità di racconto e grande senso della realtà, alternava alla sua attività di giornalista un impegno civile ugualmente apprezzabile e distinto. Giancarlo cercava costantemente di capire, senza aver paura ed indagando con purezza di spirito, quel che succedeva intorno alla sua esistenza e a quelle di tanta gente, per renderne conto alla sua maniera, con semplicità ed onestà intellettuale. Ma, il suo destino, in qualche modo, era intrecciato con le sconvenienti e crudeli regole della criminalità, volte a punire chiunque minacci gli interessi economici e politici che le grandi organizzazioni malavitose perseguono con profitto. E da quegli anni ’80 ad oggi, quelle regole non sono cambiate. Mentre il giornalismo attuale ha forse conservato ben poco del lavoro di ricerca sociologica di una volta. La camorra come fenomeno sociale, infatti, fu il principale campo di interesse dell’attività di Siani, che pagò con la morte un lavoro svolto con pertinenza e competenze professionali di rilievo, pur essendo, egli, un semplice corrispondente (da Torre Annunziata) de “Il Mattino”, come ancora ce ne sono in giro per le province della Campania. Autore di articoli ed inchieste che incominciavano a svelare i legami tra politica e criminalità, Siani sviscerava questioni mai approfondite in precedenza, rivelando il potere decisionale della camorra sulla vita pubblica e delle istituzioni. La decisione di ammazzarlo fu presa all’indomani della pubblicazione dell’articolo pubblicato da “Il Mattino”, il 10 giugno 1985, dove metteva in rilievo i risvolti di un’operazione grazie alla quale i carabinieri erano riusciti ad arrestare Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata (attualmente in carcere, condannato all’ergastolo). Il giovane cronista illustrò come Gionta, diventato alleato del potente boss Lorenzo Nuvoletta (amico e referente, in Campania, di Totò Riina), fu da questi tradito tramite la più “infame” delle soffiate. Così, Nuvoletta, vuoi per vendetta, vuoi per non perdere la faccia, decretò la morte del giornalista da cui era stato oltre modo svergognato. Siani pagò con la vita, dunque, perché aveva riferito all’opinione pubblica meccanismi della camorra del tutto particolari e riguardanti una strategia interna, che dovevano restare assolutamente segreti e rimanere nella logica criminale di un boss che aveva l’esigenza di eliminarne un altro, anche se suo alleato. Siani scriveva quello che a suo parere si dovesse sapere, per venire a capo di un giudizio concreto, veritiero ed oggettivo sulla criminalità che affligge, ieri come oggi, il Meridione d’Italia. Ma, pur nella realtà di una verità tangibile ed inconfutabile, fu lasciato troppo solo nel suo tentativo di restituire alla civile società la capacità perduta di riappropriarsi dei valori della legalità e della libertà di giudizio.