L'arco di Ulisse

10 Ottobre Ott 2014 1255 10 ottobre 2014

Napule è 'na carta sporca...

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È una città alla deriva, economicamente depressa, socialmente carente, politicamente manchevole. Quasi tutti i settori della sfera pubblica e produttiva lasciano a desiderare. Una crisi drammatica, di ordine anche culturale, rischia di portare al deterioramento uno dei luoghi che si ergeva a simbolo dell’Europa del ‘700. Non sfugga, per Giove, che in quel secolo Napoli era la città con l’economia più attiva, più popolosa ed importante d’Italia, grande quattro volte Roma e due Milano. Nel cosiddetto “vecchio continente” era seconda solo a Parigi. Ed era, in primo luogo, la splendida capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori. Vantava un’intensa attività portuale: l'arsenale per la costruzione delle navi, e il relativo indotto dovuto alla meccanica, ai setifici e cotonifici, alle imprese tessili e ai pastifici dava lavoro a migliaia di persone.

I Napoletani, come si apprende da qualsiasi attendibile testo sulla storia del Regno delle due Sicilie, erano operai, artigiani, pasticcieri, studenti, mercanti, nobili, possidenti, ortolani, dottori e professori, mugnai, vinai, borghesi, fabbricanti di porcellane, piastrelle, arazzi. Vi erano anche i gendarmi, soldati, cocchieri, camerieri, valletti, stallieri, impiegati nei ministeri, giudici. Tutti avevano in comune comportamenti specifici, caratterizzanti della napoletanità, un concetto filosofico di vita: i napoletani, ancor di più, oggi, esternano sentimenti, opinioni ed umori in modo spettacolare, fantasioso, spesso in maniera eclatante. Finanche il dolore, al pari della felicità trova nella tradizione partenopea una trasposizione teatrale, talvolta non compresa nel suo valore altamente terapeutico e di ricercata leggiadria. Probabilmente, l’arte dell’improvvisazione e la creatività estemporanea, nei napoletani, in genere, sono prerogative che si dispongono al servizio di un inconscio collettivo che chiede aiuto, che andrebbe compreso, soccorso, confortato. L’atteggiamento, spesso spavaldo e provocatoriamente sarcastico di molti giovani è soltanto la parte più visibile e ostentata di una corteccia esteriore a protezione di un mondo intimistico fragile, vulnerabile, talvolta segnatamente provato. Come si possa confondere un simile atteggiamento di auto-difesa con una visuale superficiale delle proprie condizioni e della stessa vita, come miserabilmente riportato da qualche talk che va per la maggiore, resta un mistero.

La violenza, tuttavia, a Napoli aumenta quotidianamente. Bisogna prendere responsabilmente atto di una realtà che va facendosi inguardabile, e raccontarne, per quanto è possibile, adeguatamente alla gravità che essa esprime. L’ultimo episodio, quello riguardante il ragazzino grasso, che in seguito ad uno stupido gioco ha avuto l’intestino perforato da un compressore, è sintomatico di una condizione sociale sulla quale mai nessuna istituzione statale, nel corso di tanti decenni, è intervenuta per risolverne le problematiche. Sarebbe oltre modo sbagliato addossare tutte le colpe alla politica locale: non basterebbero nuovi e più avveduti amministratori a risollevare le sorti della città. Sembra quanto mai tangibile che occorrano interventi straordinari, permanenti e durativi. Andrebbe riconosciuto, senza ipocrisie di sorta, uno stato di “disastro sociale”, che richiederebbe l’urgente attenzione del Parlamento. A chi, se non ai governanti della nazione spetterebbe progettare una “legge speciale” per Napoli e l’intero meridione? Diversamente, vi è un’Italia che sta sopra e un’altra che sta sotto, altro che Nord e Sud! 'Napule è 'na carta sporca, ma nisciune se ne 'mporta...', canta malinconicamente la coscienza autentica della città, con uno dei suoi figli di talento, Pino Daniele.