L'arco di Ulisse

30 Ottobre Ott 2014 1654 30 ottobre 2014

In nome del popolo sovrano, si dimetta!

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Il popolo! The people! Das volk! In qualsiasi lingua si pronunci questa parola, il suono è sempre lo stesso: intenso, evocativo, solenne. Si tratta di una parola-chiave, in nome della quale si possono raccontare un mucchio di banalità, menzogne e meschinità, oppure rivelanti e magnifiche verità che ne esaltano i significati più sintomatici, in termini di moltitudine in movimento, di forza collettiva, di volontà popolare.

In quanto prorompente espressione di coscienze e sensibilità, il concetto di popolo, si differenzia da quello di popolazione, uniformandosi ad un solo tipo di scelta. Non c'è stato monarca, dittatore, o statista, che non abbia sperimentato la forza d'urto della determinazione popolare, nella sua consistenza e solidità, o approfittato della mancanza di coesione che il popolo, talvolta, rivela nella sua fragilità e vulnerabilità. Non c'è nulla che abbia la potenza del popolo compatto e risoluto, come non c'è nulla che risulti più penetrabile quando questo è afflitto e scoraggiato.

Ora, sulla scia delle premesse e di quanto riferito in senato dal ministro Alfano, ci si chiede: in quale prospettiva quel che rimane del popolo italiano, in teoria sovrano, dovrà collocare i recenti fatti di Piazza Indipendenza, dove persone oneste che, a breve, potrebbero perdere il posto di lavoro sono state manganellate? E, soprattutto, in quale diversa maniera da quella di un rattoppo mal riuscito, l’ennesimo, si potranno interpretare le parole del titolare del Viminale, il più inviso della storia della repubblica? Dal sequestro Shalabaya, passando per la ridicola circolare per l’annullamento dei matrimoni gay fino ad arrivare ai fatti relativi agli operai picchiati dell’Ast di Terni, Angelino Alfano, nel suo ruolo di ministro degli Interni, ha dato segni tangibili di inidoneità, esercitando un uso del potere molto discutibile e tipico di un regime. Certo, la dittatura è un’altra cosa. Ma anche la civiltà.

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