L'arco di Ulisse

4 Novembre Nov 2015 1522 04 novembre 2015

L'elogio di Massimo Giletti, dall'arena alla trincea.

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Se esiste una maniera spettacolare per generare critiche di disappunto, il signor Massimo Giletti non ha rivali nell'adottare, con metodo, gli atteggiamenti che ne delineano forma e contenuti, raggiungendo livelli di straordinaria indecenza. Un fuoriclasse autentico, inarrivabile!

Della postura posticcia dell’ex conduttore di patetici trastulli, della sua condotta professionale di anchorman populista ed in ultimo, della sua faccia tosta di proporsi, di recente, come inviato di guerra, si può parlare male, ma così male che non è mai abbastanza: è tutta qui l'essenza televisiva dell’interprete più incipriato di un simil-giornalismo insostenibile, che riceve attenzione perseguendo, spudoratamente, l’estetica del disgusto, irrinunciabile marchio di produzione delle sue performances. Va da sé che l'informazione non può prediligere modelli assoluti di frivolezza, preferendo banalizzare una realtà che andrebbe, evidentemente, prima ancora di essere raccontata con autenticità, analizzata ed interpretata con serietà. Affidare alle menti eccelse, si fa per dire, di improvvisati giornalisti argomenti che sono da ritenere di fondamentale importanza nel panorama globale della comunicazione, come possono essere, ad esempio, quelli inerenti ai conflitti internazionali o alla cultura politica, è un’operazione che svuota di contenuto il tentativo stesso di analizzarli e proporli in cronaca.

Possibile che a tenere banco sui problemi del caro tasse, della corruzione del sistema, o della disoccupazione, siano personaggi da varietà decadente, e, talvolta, ballerine da quarta fila, con tanto di piume d'oca, spinte goffamente in proscenio a balbettare domande sul destino della nazione?

Davvero, “l’inviato di guerra” è un mestiere che possono fare tutti, finanche uno come Giletti? Forse, sì, considerato il suo temerario coraggio di passare da una bestiale arena ad una infuocata (per il caldo) trincea.

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