L'arco di Ulisse

10 Febbraio Feb 2016 1958 10 febbraio 2016

"Il sindaco pescatore", superficiale analisi di un uomo e la sua terra

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Le persone ammazzate brutalmente, come nel suo caso, per motivi che tanta parte della cronaca nazionale ha ascritto alle sue ferme decisioni politiche, volte a non cedere agli interessi travolgenti del malaffare, suscitano una grande pietas, nel senso più arcaico del termine, poiché queste vengono unanimemente avvertite come coscienze superiori che danno la vita, rifiutandosi di viverne una corrotta e disonesta.

Gli eroi contemporanei come Angelo il pescatore, diventato sindaco per prendersi cura della propria terra, lasciano invincibili testimonianze di vita, tanto in ciò che hanno costruito, preservato e difeso, che nella fermezza del loro pensiero. Il sentimento popolare nei confronti del cilentano perduto, fatto ci commozione, ammirazione e sconforto, scolpisce nella memoria collettiva l’immagine di un politico così come inteso dai padri greci: un uomo per bene, capace di pensare alla bellezza per offrirla a se stesso e agli altri. Dal Cilento, terra che si rigenera nei colori e nel mito, Vassallo lascia una traccia da seguire per ripulire e liberare la Campania dalla inettitudine politica e dalla criminalità organizzata.

Pertanto, un film su una esistenza tanto sintomatica, complessa e, al contempo, indicativa, andava fatto con tutti i crismi dell’accortezza, del rispetto della stessa natura antropologica della popolazione locale, del gusto estetico della fotografia. Tanto per essere chiari, qui non si vuole mettere in dubbio la bravura artistica degli attori che hanno preso parte al film “Il sindaco pescatore”, appena trasmesso dalla Rai, ma esercitare un diritto di critica sull’assenza di regia dell’opera in argomento, che ha reso un cattivo servigio ad un territorio per tanti versi elitario, abitato nei secoli da greci, romani, normanni, francesi, spagnoli, arabi. Il Cilento, terra di Angelo Vassallo, ha una sua identità culturale che gli deriva dalla storia, un dialetto proprio, che non è il napoletano aggressivo di Scampìa, un paesaggio mediterraneo da mitologia e finanche una tradizione musicale che pesca nell’antico. Era così difficile rendersene edotti per cercare di narrare ed illustrare adeguatamente un luogo con peculiarità tanto marcate e distinte? Perché, dunque, una colonna sonora di matrice musicale napoletana e non un testo dal ritmo ancestrale di uno dei tanti bravi musicisti cilentani di nuova generazione?

Ricordare Vassallo attraverso un film, anche se scritto male e girato peggio, resta senza dubbio un atto di grande solidarietà civile. Lo sforzo sarà piaciuto a tanti, apprezzato dagli stessi cilentani, che non credo disconoscano il talento di un attore del calibro di Sergio Castellitto. Ma, riconoscere e contemplare dei luoghi nell’estraneità di una fraseologia, una fonetica, una musica che non gli appartengono, è un inganno scenico che non può passare inosservato. L’arte cinematografica avrebbe potuto, ben al di là dell’esigenza dello share televisivo, rendere magnificamente omaggio al concetto di bellezza, che Vassallo recepiva semplicemente guardandosi intorno. L’avessero fatto gli sceneggiatori, il regista e gli addetti alla fotografia di quel film, forse avrebbero reso onore anche alle deità che da sempre sovrintendono alle bellezza delle arti.