L'arco di Ulisse

7 Aprile Apr 2016 1430 07 aprile 2016

Il battesimo da rituale tv di Salvo Riina

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Scendesse, pardon, salisse - abita nelle viscere della terra - Belzebù in persona a raccontarci in tv delle sue malefatte e le mille cose inenarrabili di cui si è reso protagonista, io non sarei favorevole ad una censura. Così, come non ero contrario, aprioristicamente, all’intervista del rampollo di una famiglia mafiosa di alto rango. Premesso che anche il principe dei diavoli avrebbe in uggia un programma untuoso come il porta a porta vespasiano, ci si chiede qual è il senso giornalistico ed il motivo della divulgazione di un’intervista come quella rilasciata dal simulatore meno spettacolare e più indecente della storia della televisione di stato, una volta appurata l’insostenibilità televisiva, la matrice viziosa e finanche l’oscenità fisica di un resoconto registrato, mandato regolarmente in onda in barba al gusto, alla decenza, alla memoria dei morti, alla sensibilità dei vivi?

Possibile che Vespa e la sua redazione non si siano resi conto della bruttura che propinavano ad un pubblico sempre più incredulo e smarrito per quello che gli viene proposto? Autoassolversi, così come ha fatto Salvo Riina, con l’aiuto mal celato di un anchorman pronto a tutto pur di fare audience, è un’operazione tanto inutile quanto assurda. Abbiamo assistito, chi sorridendone amaramente, chi disgustato fino allo spegnimento del mezzo, ad una bruttura scenografica senza pari, alla più insulsa delle performances pseudo giornalistiche, ad una vera e propria schifezza d’autore, in cui il giovanotto non scolarizzato, ma ben indottrinato, cercava buffamente di scimmiottare Al Pacino nella parte di Micael Corleone. E, pertanto, il grossolano “Totonno ‘u curtu”, spietato e mostruoso mandante di tanti omicidi ed egli stesso assassino brutale, diventa un padre modello, avvolto dal figlio, con fare patetico, nella figura dell’eroe. Un figlio mai cresciuto, più che mal cresciuto, che non osa giudicare cotanto padre, verso cui nutre un rispetto dogmatico, che gli impedisce qualsiasi riflessione critica ed ogni analisi ragionata sull’essenza stessa della mafia, goffamente definita come un concetto evanescente di magistrati e cronisti, giammai l’attività criminale di affiliati al servizio di interessi specifici e materiali, a danno della collettività e del territorio.

Quello visto, sugli schermi della Rai, è stato uno spettacolo triste e banale, che ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, come in questo paese non vi sia politica, ma un’attività semiclandestina che ne prende le sembianze. Non vi è dubbio che la morale abbia ceduto il passo alla dilagante e soggettiva interpretazione dei fatti e dei costumi sociali, da piegare alla propria convenienza, in maniera tale che tutto diventi possibile e lecito, e, per questo, buono da mandare in televisione. In quest’ottica, Bruno Vespa è stata la celebre spalla di un improbabile uomo di coscienza, il sacerdote mediatico che ha tenuto a battesimo uno scrittore che non conosce la misura della giustezza ed ha una vaga idea della giustizia, a cui premeva far sapere al grande pubblico e, quindi, alla nazione, che si dice orgoglioso del suo cognome e di suo padre. A quando, un Riina direttamente in politica? In fondo, il campo si presenta già abbondantemente sconsiderato e licenzioso.