L'arco di Ulisse

15 Giugno Giu 2016 1303 15 giugno 2016

La vera vocazione di Alessandro Sallusti

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L’informazione è caratterizzata, per tanta parte, da provocatori di ogni sorta che all’occorrenza non disdegnano di apparire nella loro versione più insopportabilmente cinica, al fine di concentrare l'attenzione su se stessi ed il giornale presso il quale prestano servizio.
Uno degli esempi più sintomatici di un sistema di comunicazione così concepito è rappresentato dal direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, titolare di un linguaggio brutale, strategicamente rissoso e pigramente provocatorio, tant’è che la ferocia con cui, spesso, titola le prime pagine della testata che dirige oltrepassa di gran lunga i limiti imposti dalla buona decenza. Sono modelli simili a fare dell'informazione un settore decisamente disarmante e non all’altezza delle esigenze dei consumatori di notizie che abbiano sviluppato, insieme ad un considerevole senso critico, un gusto non conforme alle invettive scomposte di aggressivi opinionisti. La trovata di avvolgere il “Mein Kampf” ne “Il Giornale” è solo l’ultima di una mente inutilmente in fermento e desiderosa di attenzione. L’iniziativa ripropone Alessandro Sallusti nelle vesti di un indomito professionista della provocazione, rivendicandone il diritto di apparire mostruosamente infelice. Per carità, nessuno dubita della sua cultura, tanto più che egli è stato il compagno di una nota intellettuale come Daniela Santanché, ma certamente il suo atteggiamento rimanda a considerarne la personalità.

E chissà, che in cuor suo, il nostro coriaceo direttore non coltivi la perversa vocazione di rendersi martire di un'ingiustizia ideologica aleatoria, fantomatica, immaginaria, ma necessaria per indurlo a credere di poter affrontare con dignità giudizi ritenuti moralistici e immeritati, proprio come capita ai giusti di spirito, ed avere, così, la sensazione di potersi sentire finalmente un battitore libero del pensiero, provvisto di virile coraggio? Difatti, egli appare un pensatore alla ricerca continua della critica censoria, poiché resta consapevole che questa, e solo questa, possa consentire al suo pensiero, banalmente irritante, di essere preso in considerazione. Dire, scrivere, o fare qualcosa di abominevole che scalfisce la sensibilità, la coscienza e la memoria degli altri provoca necessariamente il risentimento generale, che torna utile alla visibilità di chi si rende tanto spregevole. Divulgando il libro di un persecutore, il direttore narcisista votato al masochismo preferisce immaginarsi un perseguitato e si ritaglia un ruolo di difensore della conoscenza, di qualsiasi fattura essa sia. Maleficamente furbo, non c’è che dire.

Con ogni probabilità, egli non è un critico, ma un ricercatore assiduo di una critica che gli piova addosso, lavandolo della sua impostura. Il piacere di essere criticato, in Sallusti, supera in largo e in lungo il piacere di criticare, soprattutto perché per esercitare la funzione occorre addurre ad argomenti, speculazioni dialettiche, virtuosismi di stile. Per ottemperare alla parte del “monstre provocateur”, invece, basta una semplice e naturale predisposizione all’etica del disgusto.