L'arco di Ulisse

7 Novembre Nov 2016 1032 07 novembre 2016

Sì, no, forse. Meditazioni referendarie

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Referendum strano, quello del 4 dicembre. Anomalo e per certi versi anche accompagnato da un dubbio amletico: dire 'sì' e spianare la strada a un progetto politico non del tutto convincente, ma comunque e finalmente un progetto per il paese, o dire 'no', assecondando l'analisi tecnica e colta dei costituzionalisti, che in termini politici si traduce in un incoraggiamento alla rabbia subculturale dei grillini e all'opportunismo sterile della destra? This is the question.

Una cosa è certa: smarcarsi dalla decisione e pensare che, forse, sia meglio non andare a votare, costituisce la scelta peggiore. Meglio per tutti che una buona fetta di italiani, nel bene, o nel male, si faccia carico delle responsabilità che le competono, adempiendo al più sacro dei diritti che uno stato democratico riserva ai cittadini coscienti. Già, ma come si vota secondo coscienza, in un caso del genere? Si entra nel merito della questione, e con l'aiuto degli esperti si prende visione del fatto che quelle riforme potevano anche essere scritte meglio, magari caricandole di contenuti diversi? Oppure, ci si affida a una volontà esclusivamente pratica, rivestita da un significato necessariamente politico, imprescindibile dalla posizione che si assume rispetto alla semplificazione delle vedute renziane in materia costituzionale? In proposito, l'elettore filosofo, Massimo Cacciari, alla fine di una riflessione meticolosa si è orientato per un arzigogolato 'sì', delineando una scelta di voto che muove da irrinunciabili motivi estetici, all'interno dei quali egli ha identificato il male minore, a conferma di una tendenza che riguarda soprattutto gli elettori di sinistra.

La fedeltà al seggio degli italiani si avvicina in percentuale sempre più a quella coniugale degli stessi. Disamorati e disillusi dalla politica e da tutto ciò che ruota intorno alle istituzioni che la rappresentano, registrano una disposizione all'assenteismo che va assumendo un tono altezzoso, quasi snobistico, certamente meno disinformato rispetto al passato e maggiormente polemico. La partecipazione popolare alla politica, contemplata come materia soggetta a ragionamento e luogo di concorso di idee, sembra essere incompatibile, ormai, con le intenzioni degli stessi protagonisti che ne attuano le strategie. Si è instaurato, così, tra gli elettori, un regime di atarassia, dove il popolo si ritiene molto più saggio e avveduto dei suoi rappresentanti in parlamento. E, per questo, disdegnati. Un atteggiamento pericoloso e controproducente, che rivela non solo la disaffezione a una forma di adesione alla vita pubblica del paese, ma soprattutto l'isolamento dal centro nevralgico della democrazia, che richiede il contributo critico e attivo dell'opinione di chiunque.

Ed è in questa ottica che gli editorialisti e gli analisti in genere dovrebbero impegnare le loro congetture per favorire lo sviluppo di una discussione largamente popolare, educata e pertinente su un evento tanto delicato e importante come quello del prossimo referendum, visto e considerato che i politici non vanno oltre il calcolo speculativo, dettato dalla rigidità di pensiero dei propri schieramenti di appartenenza. Chiedere a ripetizione e meccanicamente un semplice 'sì', o un secco 'no', senza avere la finalità di coinvolgere i cittadini in un processo sociale che riguarda i loro luoghi, la loro esistenza, il loro futuro, puntando ancora una volta a sfruttarne machiavellicamente la volontà, bersagliata da slogan nemmeno tanto intelligenti, resta un esercizio banale della politica contemporanea italiana, a cui il giornalismo non dovrebbe fare da contraltare.

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