L'arco di Ulisse

14 Dicembre Dic 2016 1847 14 dicembre 2016

La tragedia siriana disturba il nostro clima di festa?

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Il dramma della guerra in Siria va bene al di là delle ipotesi di ordine analitico e delle letture politiche che se ne fanno. Le conseguenze disastrose della guerra in Siria sono simili a quelle di tante guerre, come quella in atto in Afghanistan, Gaza, Iraq, Congo. La guerra in Siria è in primo luogo la storia di migliaia di donne che hanno perso mariti, figli, padri e che ora si trovano in balìa di organizzazioni criminali, approfittando della loro posizione di debolezza per abusarne, stuprarle, farne merce.

Nei conflitti armati, dove si fa fatica persino a capire chi è il nemico e a quale potere chiedere protezione, a pagare sono sempre i più deboli, quelli che la guerra non l’hanno voluta e che la temono come la più grande delle sciagure. Le guerre si decidono a tavolino, in alta uniforme, ubbidendo ciecamente a criteri geopolitici, assecondando la logica delle mire espansionistiche e del dominio, attuando lo sterminio di intere etnie. Ma si combattono nei luoghi abitati dalla popolazione civile, scegliendo come campo di battaglia le città dove scorre la vita quotidiana delle famiglie che sopravvivono alla miseria.

Aprire il fuoco, bombardare, smembrare case e corpi, scuole e ospedali di fortuna, togliere speranza, provocare l’inferno, dove prima c’era solo una minima ma essenziale forma di esistenza, è quanto di più disumano si possa infliggere a una popolazione indifesa e terrorizzata, che resta il più facile dei bersagli per eserciti assassini, specializzati nella distruzione di obbiettivi civili, non militari, nel procurare il massimo disagio e la disperazione più angosciante alle persone attaccate a quel poco che è rimasto loro, nel negare l’infanzia a bambini che non hanno modo, tempo e voglia di giocare come i nostri, sommersi di affetto e regali.

Queste, sono le milizie che in assetto di guerra fanno valere le ragioni delle armi messe a loro disposizione dai governi occidentali. Questa, è la guerra di cui si preferisce tacere. Questo, è il dilemma più atroce di un’umanità che rivolge l’attenzione alle crisi nevrasteniche della politica finanziaria, alle miserabili beghe interne di partiti ormai disattesi, al falso teatro dei giochi parlamentari, alle canzonette, allo shopping natalizio.

La tragedia siriana non si sottrae neanche al paradosso più infame: secondo un rapporto stilato da Ghida Anani, fondatrice e direttrice del Resource Center for Gender Equality, a volte sono anche gli operatori delle organizzazioni non governative ad approfittare delle condizioni di estrema indigenza dei rifugiati. Che, forse riferire di donne, ragazze, adolescenti abusate all'interno degli stessi campi che le dovrebbero accogliere e fornire loro un riparo sicuro dalle brutalità della guerra, disturberebbe la buona pace di chi vive, al caldo e al tepore del benessere, un clima di feste?

L’inferno delle popolazioni siriane non può continuare a essere ignorato, o trattato come un conflitto che riguarda uno spazio determinato, delimitato dal filo spinato dell’indifferenza e dell’egoismo, fuori dal quale si vive spensierati e contenti. Le donne siriane, i padri e i figli siriani rappresentano, oggi, la ferita sanguinante dell’umanità intera, chiamata a dimostrare che il pianeta sia abitato da civiltà degne di essere definite tali.

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