L'arco di Ulisse

20 Dicembre Dic 2016 1357 20 dicembre 2016

Uno Stabat Mater per contemplare il dolore, al di là delle parole.

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Berlino come Nizza. Il mercatino di Charlottenburg come la Promenade. Lo schema dell'attentato è il medesimo: un tir a folle velocità si proietta sulla gente in festa. E il più raccapricciante incubo di questa era, l'Isis, replica in Europa il suo terribile messaggio di morte, in nome e per conto di una guerra culturale e religiosa, tanto più assurda in quanto non ha neanche il pur spregevole obbiettivo del profitto materiale, della mira espansionistica di un confine geografico, del dominio politico di un'economia. Una guerra assurda, stressante, fuori dalla stessa logica aberrante del conflitto. Non due eserciti a confronto, non due blocchi politici contrastanti, ma una visione del mondo e della vita contro l'altra che ne osserva una diversa. Solo rivendicazioni, dunque, di fede e di credo, a dar conto di una violenza usata contro chi non ne osserva i principi e le leggi.
Ancora una volta le vittime sono le famiglie, la folla in strada, persone che si dedicavano alle proprie tradizioni, come quella candida ed essenziale di fare acquisti alle bancarelle di un celebre mercatino di Natale, quel Kudamm che, come tanti altri, nelle nostre città, dà un sobrio gusto alla ricorrenza religiosa, riportandola a un significato intimo e semplice, allontanandola dallo shopping sfrenato e lussuoso dei grandi negozi. .
È, purtroppo, solo l'ultimo episodio di violenza che ha insanguinato la Germania. Lo scorso luglio il 18enne Alì David Sonboly, tedesco-iraniano, ha sparato con una pistola contro un gruppo di persone in un centro commerciale, uccidendo nove persone e ferendone diverse, prima di suicidarsi. Due giorni dopo un kamikaze profugo siriano, fresco neofita dell'Isis, Abu Mohammad Daleel, fece esplodere uno zaino imbottito di esplosivo ad Ansbach, sempre in Baviera, ferendo più di una decina di persone e restando l'unica vittima del suo attentato. Una regolarità impressionante, che rivela un progetto terroristico non facile da neutralizzare, poiché l'obbiettivo da colpire non sono strategici e istituzionali. A rimetterci sempre è la popolazione, colpevole di fronte al dogma imperante di un fanatismo assassino. A perdere la vita è la gente comune, che diventa il bersaglio da abbattere nella sua quotidianità, che si rechi al lavoro, a un concerto, o che si appresti a osservare un'usanza popolare.
Resta l'inutilità della barbarie, fatta di esistenze annullate, di innocenza abbattuta, di dolore propagato, a rappresentare la medaglia di chi si erge a combattente di una "giusta" causa assetata del sangue degli incolpevoli. L'umanità vive il suo dramma nella freddezza delle stragi, nell'incapacità di evitarle, nella mancata volontà di porre fine alle ingiustizie di ogni sorta. E quel che è peggio, l'odio che ne consegue genera altra violenza. Nessun bambino di Aleppo sarebbe contento delle morti di Berlino e nessuna madre siriana abusata dai suoi connazionali e nei campi dei profughi gioirebbe per l'uccisione di un'altra madre, solo perché europea. Nessuna religione, che non sia una setta dedita all'estremismo infausto, ordina di sgozzare, violentare, perpetrare massacri. Noi occidentali, questo, dobbiamo tenerlo in mente. Il dolore, in questi casi, è riflessione e contemplazione del male, non generatore di ostilità e disprezzo. Per onorare i morti di Berlino, si preferisca l'ascolto di uno Stabat Mater alle parole intrise di odio.

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