L'arco di Ulisse

14 Gennaio Gen 2017 0945 14 gennaio 2017

La similitudine della clochard di Tor Marancia

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Era riuscita a procurarsi un ricovero di fortuna all'interno di una roulotte in disuso, in via di Santa Petronilla, nella zona di Tor Marancia. Ma, non è stato sufficiente a salvarla dalla morte, sopraggiunta per cause naturali relative al freddo polare che in questi giorni ha interessato anche Roma. La donna senza fissa dimora, trovata senza vita la sera del 12 gennaio 2017, aveva 53 anni, chissà quanti passati a dormire per strada, sfidando le avversità della vita e delle temperature, che possono arrivare a essere troppo rigide per poterle sopportare ancora una volta.

Vittima del freddo, certo, ma di quel freddo che uccide solo chi è povero come lo era lei, come lo sono i clochard di Roma, o di un altro luogo d'Italia e del mondo. I clochard e le clochard, uomini e donne che non hanno di che mangiare e sorridere, con un'esistenza segnatamente distante dal bagliore di una fiamma domestica, dal calore di un affetto, dal tepore delle parole. Freddo, sempre e solo freddo, anche quando il termometro non scende sotto lo zero.

Talvolta, si ergono spontaneamente a figure simboliche dei centri storici delle nostre città, finendo per essere una presenza decorativa di quell'arredo urbano, l'immagine quasi iconografica di un folclore intimistico che non fa rumore, la testimonianza melodrammatica dell'esistenza poco fortunata. Altre volte, sono la rappresentazione più autentica di una dimensione umana stracolma di pietà, di compassionevole lirismo, di straripante empatia. In fondo, il clochard potrebbe essere ogni persona disagiata e bisognosa (l'Istat ne ha segnalate a milioni) che oltrepassa il confine della sofferenza, per sprofondare in quello della disperazione.

Già, il clochard, una volta in queste vesti, diventa l'ultimo degli ultimi e smette di essere un ex indigente e di viverne l'angoscia, che rimane come sbiadita impronta sul volto, trattenenuta fuori dall'interiorità e concentrata tra le rughe di una vita da consumare senza più speranze e illusioni. Sì, il clochard dà l'idea di non soffrire. E il suo sguardo perso va ben oltre ogni sentimento di delusione. Il clochard si fa immagine del dolore del mondo, senza avvertirne l'insopportabile peso, ridimensionando le nostre insignificanti ambizioni e ridendo delle nostre insostenibili certezze.

La sua tristezza, le sue lacrime trattenute, le sue grida, ne fanno un inarrivabile interprete di inesplorate e profondissime condizioni dell'animo. Negli occhi del clochard vi è impressa tutta la "tragedie humaine", ma non un lamento ne esce per banalizzarla e renderla patetica. Il clochard nasconde dentro il suo dolore silente la nostra fragorosa miseria. Sfida i passanti a riconoscerla, a solidarizzare con ciò che ci appartiene e da cui ci crediamo troppo distanti.

E la dormiente della roulotte di Tor Marancia, una volta di più ci ricorda, chiudendo gli occhi per sempre, che il nostro presente, in cui ci sentiamo al riparo, potrebbe essere stato il passato di tanti clochard. Va da sé, dunque, che continuare a ignorare la povertà, o specularvi per fini politici, come, appunto, è avvenuto in relazione alla notizia in argomento, può risultare urticante, oltre che indegno.
La morte della clochard di Tor Marancia appare, in tutta la sua drammaticità, un fatto meramente sociale, e non può essere ridotta a una veloce e triste notizia di cronaca, su cui erigere congetture ad uso e consumo della subcultura imperante che determina la comunicazione di genere.

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