L'arco di Ulisse

16 Gennaio Gen 2017 1657 16 gennaio 2017

"L'ho sgozzata io". La frase assassina che ci chiama in causa

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La regolarità con cui le donne, in questo paese, vengono uccise dagli uomini è impressionante. I modi, di una violenza raggelante. Accade ovunque, in provincia come nelle grandi metropoli. Le vittime e i relativi assassini rientrano tra le più diverse categorie sociali, a spazzare via l'ipotesi che l'orribile delitto si perpetri nella sfera del riconoscibile degrado ambientale, dove miseria e trascuratezza culturale generano soprusi e angherie di ogni genere nei confronti di chi è più debole e indifeso. A morire sono casalinghe, impiegate, studentesse. Ad ammazzare non sono solo delinquenti comuni, squilibrati di ogni risma, o tossicodipendenti, ma anche professionisti e lavoratori ordinari, con una vita normale e una reputazione di tutto rispetto. Insomma, gente che non ti aspetti possa commettere una barbarie di tale dimensione.

Non sono passati nemmeno tre giorni dall'ultimo evento delittuoso che riguarda l'uccisione di una donna, che un'altra è stata sgozzata dal marito. Il 12 gennaio scorso, la 55enne Tiziana Pavani è stata assassinata in casa, in via Bagarotti, a Milano, nel quartiere Baggio. Per quell'omicidio è stato arrestato un suo conoscente, un giovane con problemi di droga che ha confessato di esserne stato l'autore. Ieri, nella stessa città, per mano del consorte Luigi Messina, è toccato alla 50enne Rosanna Belvisi. "L'ho sgozzata io", ha detto agli inquirenti l'assassino.

Ancora una volta, dunque, giù con le riflessioni di ordine sociologico e le analisi prettamente scientifiche, a cercare nei meandri della psicologia e della psichiatria, dove anche il profano pesca a mani basse, una miserabile congettura che possa in qualche modo giustificare l'orribile delitto. Come se il femminicidio fosse esclusivamente oggetto di un rigoroso metodo di ricerca, volto a stabilire che l'insopportabile fenomeno riguarda unicamente il campo esplorativo di una scienza resa ai più inaccessibile, scartando ogni elementare, concreta e utile analisi del comportamento sociale che interessa tutti e tutto.

E se gli elementi di ricerca riguardassero anche gli ambienti cosiddetti evoluti? Se le cause di una abominevole violenza fossero da individuare anche tra le persone che mai la commetterebbero? Se gli assassini maturassero il loro morbo consumando i messaggi distorti offerti dal mondo reputato civile, dalla comunicazione, dai messaggi pubblicitari alterati, dall'incultura di certi programmi televisivi?
Guardare alla violenza di genere da una prospettiva sociale e politica, senza scartare il rigore dell'indagine scientifica della mente omicida del maschio, aiuta certamente a venire a capo di errate e diffuse convinzioni che muovono le azioni di tanta parte della nostra contemporaneità: dal mondo del lavoro, alla vita domestica e di coppia.

Siamo certi che solo chi si rende responsabile di un continuum di violenza su una donna, fino a ucciderla, consideri l'essere femminile non come individuo indipendente e con il diritto di autodeterminarsi, ma come sua proprietà? Forse, la narrazione stessa della violenza sulle donne dovrebbe adeguarsi alla soluzione del problema, auspicando il coinvolgimento della società civile a sostegno di una causa di identità e di evoluzione, affinché nessuno di noi, persone "innocenti" e "buone", possa essere parte di quella frase: "L'ho sgozzata io". Le donne, in questo frangente, hanno bisogno di solidarietà autentica, che non sia di facciata e interpreti quella concretezza che tanto appartiene al loro modo di pensare, agire, amare. Dei fini analisti che cercano esclusivamente giustificazioni sofisticate al più insulso dei delitti non sanno che farsene. Si auspica che anche i media possano farne a meno.

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