L'arco di Ulisse

23 Gennaio Gen 2017 1815 23 gennaio 2017

Je suis encore Charlie Hebdo

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La vignetta di Charlie Hebdo sulla tragedia ambientale e umana del centro Italia ha destato molto stupore e sdegno, interpretata da più parti come un'ironia disastrosamente cinica e a se stante su una disgrazia immane che ha provocato dolore e morte. Come se la satira avesse un campo ristretto, oltre il quale non può esprimersi, salvo essere inopportuna e inadeguata. Per me, non è così.
"Satura quidem tota nostra est" (Certamente la satira è tutta nostra),diceva orgogliosamente Quintiliano, maestro di retorica, nel I sec.d.C., rivendicando la satira, rispetto al resto della cultura importata dalla Grecia, come un prodotto tipicamente romano, anche se il carattere mordace viene ereditato dalla commedia antica. Il termine satira deriva dall'espressione "satura lanx", un piatto di primizie caratterizzato da vari tipi di frutta, spesso offerto agli Dei nei cerimoniali, lasciando intuire sin dalla radice dell'etimo un concetto di varietà, abbondanza, mescolanza.

Va da sé, che fin dagli inizi, questo genere di arte, elevato a disciplina dalla tradizione latina, spaziasse nei vari campi della società istituita e ne rimarcasse i difetti in tutte le sue sfaccettature, senza porsi limiti di sorta. Ennio, Pacuvio, Varrone, Orazio, Persio, Giovenale e con un salto lunghissimo aggiungo finanche Trilussa, con le loro differenze di stile e di contenuti, guardavano ai difetti dell'uomo, così come oggi Carlie Hebdo ne guarda le aberrazioni e le contraddizioni. Naturalmente, i francesi operano in una versione illustrata e per niente letteraria o scenica, seguendo la scia dell'ottocentesco Honoré Daumier, estroso caricaturista marsigliese. Siamo nella categoria vignettistica, una maniera veloce e immediata a uso e consumo della nostra contemporaneità, ma il genere resta quello satirico.

Ora, se la vignetta in argomento ha suscitato così tanto scalpore, additando gli artisti transalpini come fustigatori ironici delle nostre disgrazie nazionali, vuol dire che alla base della sua contemplazione vi è un difetto di fondo, essendo, quella satira, niente altro che il prodotto pungente di un pensiero critico sui fatti accaduti in concomitanza di forti nevicate e scosse sismiche, in una determinata zona a rischio del nostro bel paese. Può esservi un divieto di ordine morale che costringe la satira a non pronunciarsi sugli eventi che causano delle morti? Ma, la satira, quella autentica, senza paure e senza ipocrisia, come lo è, appunto, la versione audace e cruda dei creativi di Charlie, è, o non è, un rabbuffo di ordine etico, che mai offenderebbe una morale e meno che mai in sfregio a una catastrofe di simili proporzioni? A maggior ragione, a fronte di un disastro, giudicato da tutti evitabile, la satira trova opportuno affondare il proprio colpo per restituire il senso della realtà dell'accaduto, che in quanto fatto eludibile e non fatale pone riflessioni serissime sulle responsabilità di chi sovrintende alla sicurezza della popolazione.

Un bravo e pertinente vignettista italiano, il cui nome è Franco Portinari, sostiene che ci sia qualcosa di peggio delle "squallide" vignette di Charlie Hebdo: coloro che le decrittano per il popolo, che vogliono tradurle, spiegarne il loro messaggio profondo. Allora, lo si faccia seguendo i princìpi della disciplina artistica, senza addurre, per le confutazioni, ad argomentazioni di carattere nazionalistico del tutto fuori luogo, come se i francesi amassero particolarmente stigmatizzare gli affari di casa nostra, mancandoci di riguardo. Si guardi a quella satira come al coraggio di chi è abituato a mettere in evidenza i difetti del mondo, gli egoismi degli individui, la banalità del male. Perché il "je suis Charlie Hebdo", non diventi, di colpo, il "j'étais Carlie Hebdo", senza una ragione valida.

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