L'arco di Ulisse

16 Febbraio Feb 2017 1428 16 febbraio 2017

La trasfigurazione estrema del PD. Ovvero, la riproduzione per scissione di un arbusto pensante.

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Dalle ceneri di un partito che fa riferimento a Gramsci, spuntano pallide, in una cornice mediatica imbiancata di banalissima retorica, le ragioni riformanti di un ennesimo nuovo sentimento liberale, (re)interpretato con la consueta disinvoltura da Matteo Renzi. Più in basso, nella logica della medesima trasformazione, la prospettiva di una scissione che darebbe luogo a un partitino di sinistra sopravanzato e démodé.

Si prospetta, dunque, senza un minimo sforzo di elaborazione politica e culturale che vada ben oltre le categorie destra-sinistra, un massiccio partito di centro, un po' democristiano, leggermente tendente a sinistra e opportunisticamente ammiccante a destra. Chi, una volta, si sentiva orgogliosamente di sinistra, resta irrimediabilmente fuori dallo schema reale della politica nazionale, avulso dall'eterno divenire del suo maggiore partito di riferimento e confinato in una posizione di "diseredato politico". Sì, perché i motivi delle beghe interne del PD pare siano gli stessi che danno origine a una banale lite di condominio. Perché mai dovrebbe interessare qualcuno, fuori dal palazzo?

Non si capisce a chi giovi la discussione nevrastenica di una dissociazione interna che resta incomprensibile a tanti elettori dello stesso partito e a cui il resto del paese guarda, evidentemente, con disinteresse e noia, nel momento in cui incombe, realmente, la maggioranza politica dell'area populista. Stia attento, il PD, a non trasformare, irrimediabilmente, in un elettorato passivo e disincantato quella consistente fetta della popolazione che resta fiduciosa nel riscatto dei valori universali della socialdemocrazia, da interpretare semplicemente in chiave moderna e dinamica. Renzi, D'alema e Bersani non diventino i protagonisti delle speranze deluse, ma assurgano al ruolo di consistenti oppositori della devastazione populistica.

Certo, Renzi è dotato di speciali corde empatiche che si dilatano con dispendioso sforzo per diventare simpatiche, affannandosi a dimostrare di avere le idee chiare sul da farsi e ponendosi, con la verve che lo distingue, come fondamentale punto di riferimento per il rilancio definitivo del partito e del club della nazione. Tutti noi, però, abbiamo imparato che l'etica non può prescindere dall'occorrenza di essere rappresentata da un'estetica compiutamente affine. Ragion per cui conviene ricordare che il padre del liberalismo moderno, Benedetto Croce, andava sostenendo che quest'ultima consiste nei particolari. E se, questi, passano sottogamba, senza essere adeguatamente osservati, analizzati e decodificati, il cammino per risalire e mettere a nudo la vera natura di un'alternativa movimentista, che fa della doppiezza la sua caratteristica principale, diventa arduo, se non impossibile.

Si eviti, pertanto, che un partito perpetuamente in divenire, come il PD, che ha tranciato in scioltezza ogni legame col passato più glorioso e significativo, tanto che una qualsiasi posizione morale di Berlinguer risulterebbe, oggi, essergli finanche estranea, finisca con l'assumere la forma dell'acqua, adattagiandosi alle linee estetiche di qualsiasi contenitore che abbia un peso specifico. E come l'acqua, il PD, una volta passato allo stato liquido e rinunciato a una configurazione solida, avrebbe la necessità di essere contenuto, in quanto risulterebbe delimitato e plasmato da un sistema di potere inclusivo, sì da esistere in una forma incongrua che andrebbe modellandosi agli umori e alla volontà di chi lo predispone all'imbottigliamento. Il PD privo di P (fosforo) ed in versione di H2O (acqua) riempie le otri di un apparato di comando, lasciando a secco la pianta dell'ideologia e della coerenza.

Fuor di metafora, si ha la netta sensazione che esso stia degenerando in una forza che si ritorce contro se stesso, delegittimandosi con atteggiamenti ed argomentazioni che hanno come priorità il controllo della struttura che lo compone, guardando unicamente al partito in quanto simbolo e istituzione, ignorando, clamorosamente, le aspettative popolari e di chiunque si auguri una politica finalmente rinvigorita da idee e progetti per il paese. Sarebbe auspicabile che all'interno del suo ambito decisionale si smettesse di ambire con ossessione a un leader funzionale alle esigenze della medesima classe dirigente, bandendo ogni strategia che possa portare a individuare un'anima e una mente in grado di rappresentare in maniera consona la base ipercritica, cresciuta a dismisura rispetto al suo apice, sprofondato, ormai, in una sorta di sonnambulismo intellettuale che ha dell'incredibile.

Il PD, infine, nelle sue interminabili metamorfosi, rischia il paradosso che lo annullerebbe: essere percepito come uno strumento persuasivo di resistenza al cambiamento. Un partito, cioè, che originariamente proiettato verso i diritti e le esigenze delle masse, si ritrae, in un frangente storico delicato, di fronte alla naturale possibilità di interpretare responsabilmente l'insofferenza popolare tanto tangibile e fondata. E, nell'assurdità più inconcepibile, rischia addirittura di diventare un deterrente alla voglia generale di neutralizzare il populismo incipiente, mettendosi di traverso sulla strada della logica che lo reclama come una forza compatta e partecipativa.

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