L'arco di Ulisse

19 Aprile Apr 2017 1630 19 aprile 2017

Benigni, come gli ipocriti dell'VIII cerchio dell'Inferno?

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L'umorismo ha una valenza culturale di grande rilievo, di cui nemmeno il più opaco dei pensatori moderni può dubitare. E Roberto Benigni, nel passato, ne è stato un interprete magnifico. Egli si è reso popolare in quanto creatura comica rivestita di una genuina e spontanea foggia intellettuale, fortemente caratterizzante e difficilmente riscontrabile. Un talento puro, innato, rivelatore di un animo predisposto alla naturale ricerca della bellezza, ovunque fosse, ovunque si potesse scorgere per offrirla in meraviglia sotto forma di spettacolo.

Da sempre, però, l'umorismo, per sua natura, trova una configurazione naturale se speso al di fuori della logica del potere costituito. L'arte, tutta l'arte, non può essere privata del suo timbro etico e simbolico, a testimonianza di una causa eternamente nobile. Se consumata con un secondo fine, neanche troppo nascosto, crea un disagio di fondo sia all'autore che la produce che al pubblico a cui è destinata. E Benigni, non molto tempo fa, con le sue prestazioni sulla Carta costituzionale, al di là di ogni estetismo scenico, qualche imbarazzo lo avrà creato. Prima, aveva celebrato un documento che ha uno straordinario valore storico e umanistico, poi, ne aveva approvato disinvoltamente la storpiatura, dando il suo consenso a chi ne aveva sciancato parti essenziali, cercando di introdurne altre che mal si coniugano con lo spirito popolare del documento stesso.

L'atteggiamento del celebre cineasta a molti sembrò conformato su uno spettacolare livello di ipocrisia: approfittò di un messaggio politico, di cui la Costituzione è impregnata, per lanciarne uno elettorale, assurgendo al ruolo di testimone della parte politica che voleva riformare la Carta. Come se avesse detto che la nostra Costituzione pur essendo la più bella del mondo, è giunta comunque l'ora di cambiarla! Un'incongruenza colossale, inaudita, sconvolgente se si pensa all'intelligenza fervida a cui il comico toscano aveva abituato il pubblico. L'artista si spese a favore del cambiamento della Costituzione, andando nella direzione opposta a quella che sembrava appartenergli naturalmente, contraddicendo se stesso. Mise la propria faccia al servizio di una causa che misurava la forza dei governanti. Le sue esibizioni pubbliche, in quel frangente referendario, avevano una tristezza di fondo che dava conto della sua scelta ambigua.

Oggi, Benigni, alla luce dei noti fatti della costruzione del Centro Cinematografico di Papigno, che lo hanno visto sprecare miserabilmente un bel gruzzolo di soldi pubblici, si ritrova in una di quelle posizioni che definire imbarazzante non rende ancora l'idea di una disavventura tanto spiacevole e squalificante. Artefice di una speculazione finanziaria dai procedimenti più che dubbi, viene da chiedersi di fronte a quale prospettiva morale egli si sia messo. Francamente, resta davvero increscioso dover constatare che un artista, dopo aver predicato bene per tutta la vita, si aggiunga alla disgraziata lista degli scialacquatori di fondi pubblici. La stella toscana saprà bene che gli ipocriti sono i dannati della VI Bolgia dell'VIII cerchio dell'Inferno, considerati fraudolenti poiché mostrano di comportarsi in modo diverso da quello che danno a intendere.

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