L'arco di Ulisse

29 Aprile Apr 2017 1055 29 aprile 2017

Demolire le Vele di Scampia è più degradante dell'immagine che rappresentano

  • ...

Tre delle quattro “Vele” di Scampia rimaste in piedi, le famose strutture edilizie situate nella periferia nord di Napoli, considerate da tempo simbolo del degrado di una determinata zona della città, saranno abbattute entro l’inizio del 2018. In verità, gli appartamenti sono decadenti, e in quelli abitati abusivamente la camorra vi svolge parte delle proprie attività criminali. In origine gli edifici erano sette, tre dei quali furono demoliti tra il 1997 e il 2003. Nel marzo di quest’anno il comune di Napoli ha notificato l’approvazione dello stanziamento dei fondi necessari per procedere alla demolizione di altri tre, mentre il quarto sarà interessato da un progetto di riqualificazione per ospitare uffici amministrativi.

Eppure, l’idea che girava intorno a quelle costruzioni prevedeva grandi unità abitative, dove, tra vie scorrevoli e spazi verdi, centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi per creare una comunità. Ma, una serie di sfavorevoli e concomitanti cause, alcune delle quali anche piuttosto accidentali (come il terremoto del 1980, che portò molte famiglie, rimaste senzatetto, ad occupare più o meno abusivamente gli alloggi delle Vele), hanno portato il luogo a essere definito un vero e proprio ghetto.

C’è anche da tener presente che ai cattivi sortilegi si è aggiunta una totale mancanza di presidi da parte dello Stato, che ha predisposto l’insediamento del primo Commissariato di Polizia solo nel 1987, dopo quindici anni, cioè, dalla consegna degli alloggi. È venuta a crearsi, così, una realtà contingente che ha allontanato progressivamente una parte della popolazione, favorendo il decorso di un nucleo delinquenziale sempre più crescente: i giardini sono divenuti luogo di raccolta degli spacciatori, i viali piste per corse clandestine, gli androni dei palazzi punto di incontro di ladri e ricettatori.

Resta innegabile che negli anni, vuoi anche i tanti reportages e qualche film di successo, le costruzioni pensate alla fine degli sessanta da Franz Di Salvo, edificate non proprio fedelmente al progetto, hanno raggiunto un grado di celebrità tale, da renderle un’immagine paradigmatica di un quartiere e di un ceto sociale che vive ai margini della collettività cittadina. Rappresentano, dunque, un valore sociale e urbano, pur da considerarsi sfavorevole, ottimamente predisposto a una riqualificazione adeguata, piuttosto che a una demolizione forzata. Le “Vele”, di Scampia, come qualsiasi altro luogo del mondo non in linea con i quartieri dove scorre una regolare vita sociale, hanno diritto a un processo di resilienza, non solo per far fronte alle finalità per le quali erano state progettate, ma anche per assurgere a nuovo emblema dell’arredo urbano di una città dalle tradizioni culturali di livello internazionale.

Napoli ha nelle caratteristiche vitali del proprio spessore urbanistico le ragioni creative per adoperare processi di trasformazione su se stessa, preferendo e scegliendo il riuso e il riciclo della città già esistente, non il suo smembramento. In quest’ottica, le “Vele” rappresentano quanto di più idealistico ci possa essere per mettere in atto la più straordinaria delle metamorfosi urbane. Esse, sono da considerarsi, al netto della loro storia e della famigerata reputazione, gli strumenti più idonei per una resilienza urbana che muove da principi identitari e morali di rilevante modernità. Le “Vele” non devono costituire un brutto ricordo di Napoli, ma una meravigliosa capacità di reinventarsi, così com’è nella tradizione popolare dei suoi abitanti. Non si chiede di dimenticare quello che sono state e hanno rappresentato, ma di guardarle per quello che potranno diventare.

Correlati