L'arco di Ulisse

4 Maggio Mag 2017 1311 04 maggio 2017

L'élite oblomoviana della sinistra da mandare a zappare

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L’apatia e l’indolenza, miscelate all’inettitudine a qualsiasi attività della mente che stimoli un'azione vigorosa, costituiscono il profilo peculiare di Ilja Ilic Oblòmov, il personaggio creato da Goncarov. Il presupposto, offre ben presto la possibilità di aggiungere, nell'ambito di una semplice critica alle classi dirigenti delle forze di sinistra, una considerazione pescata in quel grande mare d’introspezione e di analisi che è la letteratura russa. La sinistra, a partire dalla fine degli anni ottanta, ha avuto un atteggiamento oblomoviano, che, in ogni istante e rispetto a qualsiasi argomento, ha adottato ripetutamente un pensiero fiacco, estraneo alle esigenze reali di una popolazione in gran parte a disagio.

L’insofferenza generale del popolo della sinistra nasce in quegli anni. Abbandonati definitivamente i temi inerenti alla “questione morale”, sollevata da Enrico Berlinguer, la sinistra si specchia in giochi parlamentari che portano all’ozio ideativo. Tuttavia, pur senza troppo entusiasmo, militanti e simpatizzanti scelgono l’unica via possibile per restare fedeli ai propri ideali, aderendo ai nuovi simboli, inevitabilmente transitanti verso il centro: l’Ulivo, prima, il PD dopo. Ma, quel centrosinistra si dimostra, negli anni, del tutto incapace di rimodernarsi, di adottare una rinnovata comunicazione e di alleggerirsi per porsi di fronte all’elettorato come un’area politica tangibilmente contemporanea e dinamica. E, fase dopo fase, diventa quello che è oggi: una insensata miscellanea di centro che sembra offrire opportunità personali ai politicanti, piuttosto che ritornare a essere un laboratorio di idee per produrre soluzioni e proporre stili di vita.

Non è tutta colpa dell'informazione, sì priva di guizzi interessanti e osservazioni rivelatrici, se il materiale critico nei riguardi del PD si riduce miserevolmente ad un corto segmento di argomenti che intercorre tra le dichiarazioni di circostanza e le invettive nevrotiche dei protagonisti. Gli osservatori dei giornali e delle televisioni, più o meno perpetuamente non possono che cimentarsi in ricami di modesta fattura intorno agli assunti rilasciati, nei vari tg, dai parlanti di turno, intessendo rilievi dai motivi futili per imbellettare discorsi ancora più banali.

Si è arrivati, così, a concepire la politica come una materia non soggetta a ragionamento, riempiendola di slogan, luoghi comuni e nonsense che esprimono concetti per niente lineari, coniati per difendere interessi particolari e non comuni. Una terminologia che anestetizza le menti più deboli e rifugge dai significati chiari ed inequivocabili.

Nessuno, o quasi, si chiede come sia possibile vivere la politica senza necessariamente agire, pensare, darsi da fare. D’altra parte, non si dà forma e forza alla propria insofferenza standosene seduti accanto al torrente tranquillo, osservando il flusso che scorre, una goccia dopo l’altra, e diventare quelle acque. Lontano dalle reazioni emotive e i richiami ideologici tutto resta immobile e persino il tempo appare fermo. Se i pensatori, e non solo quelli che fanno uso di un marchio di sinistra, non si riprendono dal torpore ideativo e non osano disturbare l’uniformità di questa vita resta difficile poter sperare in un futuro migliore, soprattutto per chi non riuscirà mai ad adeguarsi al cinismo dei furbastri di ogni tempo.

Da noi, più che altrove, bisogna evitare che il nuovo corso della politica, indubitabilmente incolta, volgare e ambigua, marchi a fuoco la vita sociale e collettiva. A meno che, non si desideri continuare a essere mandria.

Povera patria! (Così, per dire.)

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