L'arco di Ulisse

7 Luglio Lug 2017 1516 07 luglio 2017

Lo "Strega", da qualche tempo premio per astemi della letteratura.

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Quando la letteratura perde ogni contatto con ciò che incarna l'autentico, rivela quanto di peggio l'intelletto possa forgiare sulla base dell'ipocrisia e dell'illusorio presupposto. Se poi, passando in lettura un carteggio narrativo, i critici riescono a percepirne genuinità in relazione alla percentuale di illustrazioni verosimili inerenti all'attualità da esso narrata, allora ci si trova di fronte a un tentativo di certificazione della simulazione letteraria. L'impostura che si riflette nella letteratura ha raggiunto un tale livello di diffusione, da far risultare ardua la selezione di prodotti davvero originali da proporre a un mercato, concepito, ormai, per autori che con la scrittura non hanno nessun rapporto diretto e di ordine diatonico, essendo incapaci di trasmettere alle parole i diversi gradi della musicalità.

Un sentimento profondo, un concetto rivelatore, o un dialogo travolgente, hanno bisogno di un istinto da compositore per trasformare in letteratura tanta emotività, intuizione e creatività. Una frase che non emetta armonia musicale suona come una menzogna. E, tanta parte delle pubblicazioni contemporanee appaiono sbiadite, proprio perché composte senza orecchio, prima ancora che senza sangue. Prescindendo dai contenuti, dunque, una letteratura si presenta inefficace e del tutto inutile quando si esprime in un linguaggio dissonante, scordato, zeppo di stecche, sebbene esteso in una forma sintattica pallidamente corretta.

Orbene, i premi letterari più in voga, diventano i luoghi prediletti per oltraggiare la letteratura e sminuirne a dismisura l'importanza vitale. Orribili concerti di parole, ammucchiate in diligente ordine scolaresco, danno forma protocollare a narrazioni troppo spente per evocare suoni, colori e sapori. Temi come il dolore, la passione e la disperazione vengono contenuti da un'estetica che ne strozza gli acuti, non lasciando spazio al dirompere della phonè, a quell'incedere ritmico che, staccandosi dal gioco funambolico del racconto, si disperde tra i vortici delle metafore, per poi cambiare di tono e dare una sonorità beffarda alla leggiadria del pensiero tagliente, o un suono vellutato alle pulsioni più intimistiche. Ecco, nessun racconto si interrompe mai per analizzare il particolare, forgiando letteratura per offrirla in lettura.

Da troppo tempo, ormai, le opere finaliste di un premio che gode di stucchevole prestigio, come lo "Strega", non entusiasmano i lettori. Fino a quando una kermesse del genere, banalmente elitaria, continuerà a propinarci piccoli sforzi che alternano pagine scarabocchiate con raziocinio ad altre completamente vuote, il prestigio del premio vale come un indice per qualificare i tentativi letterari eseguiti da autori che provengono da professioni diverse.

In confidenza, vi dirò, che tempo addietro, una locuzione aforistica di Agota Kristov, acquisita da un post di un fine dirigente editoriale, mi ha straordinariamente impressionato per il suo alto contenuto esplosivo di verità e rivelazione: "è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori", ebbe a pensare la scrittrice di origini ungheresi che scriveva in francese. Una frase di un effetto tellurico, di una profondità abissale, destinata a sconvolgere e, al contempo, a rassicurare qualsiasi "sciagurato" che in cuor suo sente di essere uno scrittore autentico. La giustezza solenne che vi è contenuta prorompe in tutta la sua potenza distruttrice, riversandosi come lava sugli inespressivi fogli di autori tanto per bene, ma poco penetranti. Di contro, la stessa sembra inneggiare ai virtuosismi dei talentosi, al riparo dalle contaminazioni sistematiche di logorroici parolai, camuffati da scrittori.

L'aforisma della Kristov si dispone come una denuncia contro l'abusivismo letterario dei mestieranti di genere. Riprendere a scrivere letteratura, rieducando il lettore: questa è la nuova missione di scrittori ed editori. Rimane, la sontuosità storica e architettonica di Villa Giulia, splendido contraltare a cotanta decadenza intellettuale, in attesa che vi giungano poveri, disperati, fottutissimi veri scrittori.

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