L'arco di Ulisse

12 Luglio Lug 2017 0849 12 luglio 2017

Sul ponte sventola bandiera bianca

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Intorno alla figura di Matteo Renzi si può dire tanto, spendendosi in apprezzamenti e confutazioni, avendo, egli, pregi peculiari e difetti molto comuni: è veloce di mente, ma, talvolta eccede e diventa prosaico, scivolando nella retorica banale. Della sua persona si potrebbe parlare talmente bene, o male, che non è mai abbastanza. Non credo ci siano altri politici che si prestino a questo tipo di considerazione. Sono pochi coloro che hanno il suo talento e tanti altri non ne possiedono quella freschezza mentale necessaria per rinnovare la forza di uno schieramento, o per tentare di ripensare l'applicazione del potere e rimodellare il sistema di governo.

Eppure, non esiste un “renzismo”, ossia una visione originale e fortemente caratterizzante della politica, che faccia leva su presupposti personali. In pratica, il nostro toscano, al di là della rottamazione del vecchiume da nomenclatura, ha proposto una rivoluzione tanto leggera e per certi versi allegra, che il berlusconismo, a confronto, è apparso quasi una scuola di pensiero. La disinvolta filosofia di innovamento, infatti, che proveniva dal primo PD di Renzi si presentava grosso modo come un accurato restyling del vecchio, riproponendone le fattezze in una versione aggiornata.

Va da sé che in questa seconda fase della sua leadership nel Pd, ci si attende dall’ex premier una linea di interruzione con il passato, acrobazie dialettiche da leader autentico che esprimano visioni politiche di consistente peso, proposte ben salde e concrete a supporto delle speranze di tanta parte di italiani disillusi e affranti. E, soprattutto invettive decise e composte nei riguardi di chi ha contribuito notevolmente a ridurre ai minimi termini la fiducia nella politica e nelle istituzioni. Insomma, necessitano prese di posizione che lascino intravedere concretezza ideologica e accrescano le speranze di vederlo alla guida di un prossimo governo, finalmente motivato da buoni propositi.

Gli italiani hanno troppe esigenze, reali e impellenti, per cedere al fumoso marketing politico, abbondantemente abusato da chi, fino a ora, ha curato la comunicazione della segreteria PD, la cui gestione pare sia cambiata ancora, dopo il banalissimo scivolone sui migranti che recitava: “aiutiamoli a casa loro!”. Chissà, se i nuovi comunicatori sapranno toccare le corde sensibili della gente? In tutta coscienza, in questo frangente storico tanto delicato, il partito necessiterebbe di personalità dotate di una spiccata capacità critica e di pensiero, tale da rinvigorire l'idea stessa dell'impegno politico e farne un'attività realmente soggetta a ragionamento, non più separata dal bene comune, e in virtù della quale programmare il futuro della popolazione, privilegiando il benessere delle famiglie, la loro sicurezza e la serenità dell'individuo.

L'ultimo leader politico che ha rivolto una particolare e dettagliata attenzione ai lavoratori, ai disoccupati, ai disagiati e agli studenti è stato Enrico Berlinguer, il cui impianto ideologico a sostegno della “questione morale” rimane ancora oggi straordinariamente moderno e di adeguata applicazione. Ma dove si è visto mai che gli innovatori politici debbano necessariamente avere anche una verve comica, prima ancora che idee, conoscenze e lealtà? Avere come punto di riferimento continuo una sorta di sub-cultura, condensata in un tubo catodico e intrisa di facili slogan, ignorando del tutto l'eredità culturale ed etica, legata ai risvolti più sintomatici della storia politica della nazione, non può costituire una premessa per le speranze della popolazione che vi abita. Vale per Renzi, come per chiunque altro. Diversamente, sul ponte delle meraviglie che unisce idealmente i sogni popolari con la realpolitik italiana sventoli pure bandiera bianca, in segno di resa, afflizione, scoramento generale di un popolo inespresso e incompiuto, proprio come la classe dirigente da cui viene preso perpetuamente in giro.

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