L'arco di Ulisse

24 Agosto Ago 2017 0936 24 agosto 2017

L'esigenza tattile di Sgarbi all'interno del tempio

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Mi piace davvero molto questa foto di Vittorio Sgarbi, sdraiato all’interno del cosiddetto Tempio di Nettuno. Il popolare critico disteso sul travertino pestano testimonia, candidamente, l’esigenza di un’estetica della tattilità. Ammirare la pietra lavorata nella metà del V sec. a.C. ed esserne edotti nell’eleganza della forma e nel contenuto storico della sua elaborazione, può significare, in questo caso, desiderare di adagiarvisi per cercare il contatto diretto e tangibile con una forma di bellezza, che, diversamente, resta distante, poiché esclusivamente contemplata, ma non toccata, avvertita, percepita corporalmente.

Ecco, perché trovo estremamente naturale e istintivo il gesto del noto personaggio, che, ebbro di un’architettura sensoriale e trascendente, si abbandona al tatto dell’elemento per distinguere la massiccia compattezza del blocco levigato ad arte, avvertendone le spigolature, le parti lisce, i rilievi, sì da avere accessibilità alla materia di cui quella bellezza tutt’intorno è fatta.

Una volta esaurita la lettura visiva del monumento, Sgarbi, genialmente, sceglie il tatto per procedere analiticamente nella sua visita, esplorando nell’unico modo possibile la superficie dei massi che lo compongono. Il critico giacente sui massi di pietra del maestoso esempio dorico, si rende, dunque, superbamente cieco, decidendo, nella contemplazione dell’opera architettonica, di sostituire il senso ottico con quello tattile, annullando la distanza con ciò che precedentemente ha osservato e ammirato.

Il contatto con una parte strutturale dell’antico edificio diventa, così, un fattore indispensabile ai fini della sua percezione e una componente essenziale e impulsiva della sua conoscenza. Pertanto, l’esperto e pirotecnico critico, lontano dalla parola scoppiettante, rumorosa, prevaricatrice, e nel silenzio più assoluto, potrebbe aver inaugurato con un semplice gesto una eloquente moda culturale, replicando l’atteggiamento di J. W. Goethe, nel famoso dipinto del 1787, considerato un simbolo del rinomato Grand Tour, dove l’umanista tedesco, adagiato in posizione sdraiata, è ritratto da Tischbein tra le rovine dell’Appia Antica.

Sgarbi come Goethe. I parallelismi si inseguono nel tempo, per sovrapporsi idealmente all’occorrenza, in immagini sostanzialmente diverse. Per l’autore del Faust, un celebre dipinto; per il critico contemporaneo, un veloce e routinario scatto.

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