L'arco di Ulisse

8 Novembre Nov 2017 1050 08 novembre 2017

L'astensionismo siciliano segna l'astrazione della politica?

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La politica italiana, considerata come disciplina, è l'unica al mondo che non contempli una palingenesi delle parti. Tiene banco, da decenni, un banalissimo gne gne gne fatto di bassa retorica, volto a riconsiderare, rigirare, riesumare il passato. Poi, succede che i fini analisti rimangano nauseati dal ritorno di una figura in ceralacca come Berlusconi, che potrebbe fondersi con il calore, delusi da un finto antitaliano come Renzi, incapace di toccare le strutture delicate dei sentimenti popolari, e attizzati da uno sprovveduto come Di Maio, inabile anche a parlare correttamente la lingua del paese che dovrebbe governare.

Politica! Eh, sì, politica: quella cosa comunemente intesa, ormai, come deformabile e attaccaticcia, lercia e nauseabonda. L'astensionismo siciliano ne ha appena ribadito il concetto in una percentuale massiccia che supera il 50%, escludendo ogni tentativo di interpretazione che voglia prestarsi alle stucchevolezze della speculazione propagandistica, del giornalismo posticcio, delle chiacchiere frou frou. Ma chi la racconta, oggi, la politica, chi ne discute e chi ne scrive? Davvero si può ancora considerarla come una attività che si presti ad analisi concrete? Il fatto che essa venga praticata da persone tanto manchevoli può giustificare in qualche modo una critica altrettanto sconveniente? Dove si è visto mai che a una incapacità così manifesta, da parte della classe dirigente, corrisponda una coscienza analitica egualmente fiacca?

Non c'è persona semplice, umile, onesta, che non abbia della politica una concezione infinitamente più congeniale e utile di qualsiasi opinionista di parte. Il realismo e l'immediatezza di un giovane con speranze ridotte, di un disoccupato in cerca di uno spiraglio, di una donna che si divide faticosamente tra lavoro e famiglia, di un anziano senza difese, superano di gran lunga in arguzia e pertinenza i manierismi sconclusionati di chi è profumatamente pagato per divulgare ordinarie scemenze in serie, che puntualmente e impropriamente occupano i fondamentali spazi dell'informazione. Così, l'attività delle principali forze partitiche, che dà luogo a dinamiche interne per la conquista del potere, diventa l'argomento più importante da sottoporre all'attenzione generale, identificandola con l'essenza stessa della politica, alla quale ogni altro argomento, seppure di primissimo interesse pubblico, deve cedere il passo.

Certo, Max Weber ha avvertito i popoli di tutto il mondo circa gli inconvenienti contemplati da una simile disciplina, dicendo loro che la politica è il monopolio legittimo dell'uso della forza, e che, in ogni caso, è aspirazione al potere. Ma, per la miseria, il suo monito non implica nessuna sorta di rassegnazione al peggio! Anzi, invita alla (re)azione più razionale, a sperimentare il futuro, magari pescando nel fondo pulito e non contaminato dell'antichità, fino ad arrivare ad Aristotele, rilanciandone la convinzione candida ed agevolissima, secondo cui la politica debba essere niente altro che l'arte di governare le società, ovvero l'abilità di organizzare e spendersi per il benessere e la felicità della collettività (polis).

Giovanni Sartori non mancava di ricordare come la politica rappresentasse la sfera delle decisioni collettive sovrane. Pertanto, vi è da ritenere che i consumatori italiani di notizie avrebbero comunque bisogno di essere edotti da una comunicazione adeguatamente critica, più consona alle molteplici esigenze popolari, che nel tempo vanno facendosi problematiche, creando disagio e insofferenza sociale. Approfittando dell'assenza di un controllo di natura intellettuale, idoneo a costituire un autentico nucleo di opposizione, anche solo ideale e non necessariamente partitico, o movimentistico, la classe di turno dei politicanti abusa oltremodo della sua presunzione.

È sbagliato pensare che politica nazionale, in questo frangente, non sia in grado di maturare proposte, confronti e competizioni elettorali che abbiano in sé una forza di attrazione, avviata com’è verso uno dei processi più involutivi della storia della repubblica? Risulta chiaro, o no, che finito il berlusconismo, culturalmente deleterio, abbia preso a continuare per anni un post-berlusconismo, socialmente disastroso, che ha finito per fare da apripista a un parodistico ritorno del berlusconismo? Non è, forse, questo, uno spettacolo indecente che non ha niente a che vedere con una materia soggetta a ragionamento come la politica?

Povera patria! Così, per dire e per sentirmi italiano.

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