L'arco di Ulisse

22 Novembre Nov 2017 1446 22 novembre 2017

La scelta rivelatrice di Eugenio Scalfari, che preferisce Berlusconi a Di Maio

  • ...

Succede che, durante la trasmissione "Dimartedì", in onda su La7, l’ex direttore di Repubblica, il 93enne Eugenio Scalfari, affermi, serafico, che se dovesse scegliere il capo del governo tra Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio sceglierebbe il primo, il “cavaliere sempre in piedi”, scatenando la meraviglia generale. Si tratta, in verità, di una risposta iperbolica di Scalfari, che non si è sottratto a una ipotetica domanda secca, posta dal conduttore del programma, Giovanni Floris. Mi pare ovvio che l'ex direttore de "la Repubblica" non abbia mai votato per Berlusconi e mai, credo, lo voterebbe, avendo, egli, in uggia, da sempre, i populisti, che sappiano dialetticamente districarsi, o meno. Non esiste, per l'esperto editorialista un populismo giusto e corretto. Pertanto, la sua risposta, molto sintomatica, per niente istintiva, o affrettata, e finanche scrupolosamente ragionata, è da considerarsi ben lontana da un banale endorsement, come in tanti hanno pensato e scritto. Si consideri che l’Eugenio e “la Repubblica”, il giornale che ha fondato e diretto per 20 anni, sono sempre stati tra i più autorevoli e solerti oppositori di Silvio Berlusconi, in special modo quando il centrosinistra – e accadeva spesso – si dimostrava privo di un vero e autentico pensiero critico, palesando difficoltà ideative e restando a corto di argomenti.

È innegabile che le principali battaglie contro Berlusconi siano state condotte da “Repubblica”. Lo scontro tra il giornale e l’imprenditore milanese non aveva solo una matrice politica, ma ancora prima della fatidica “discesa in campo” del capo di Forza Italia era stato uno scontro sulla stessa proprietà della testata giornalistica, che Berlusconi arrivò vicino a controllare quando comprò l’editrice Mondadori. La “Guerra di Segrate” tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, proprietario di “Repubblica” e grande amico di Scalfari, ha generato una delle più intense e durature rivalità imprenditoriali della recente storia italiana. Perché, mai, dunque, un uomo come Scalfari, che ha espresso posizioni ideologiche e rappresentato interessi che hanno costituito una notevole forza di contrapposizione al berlusconismo e all’egemonia imprenditoriale di Berlusconi, decide di preferire costui a Di Maio, nella corsa a Palazzo Chigi?

E, qui, la risposta, a mio parere, andrebbe indagata al di là di qualsiasi congettura di ordine politico, prescindendo da scelte strategiche e di convenienza, o da valutazioni prettamente tecniche e accademiche. La risposta di Scalfari alla domanda di Floris, nella considerazione delle sue mille letture, della personale ricerca filosofica e del senso concreto del peso dell’identità, percepito dalla sua notevole esperienza, potrebbe contemplare parametri di una minuscola parvenza estetica fine a se stessa. In altre parole, Scalfari potrebbe cogliere nella manierata compostezza dialettica della nuova versione di Berlusconi, espressa finanche con un apparente garbo, o se si preferisce, limitando la componente patetica e arrogante che precedentemente la distingueva, una linea di valore, sia pure approssimativa e contraffatta, che resta impossibile percepirla nello stesso vuoto ideologico e nella limitatezza culturale di Di Maio. Si potrebbe anche ridimensionare il concetto e portarlo terra terra, fino a ridurlo a una sorta di adagio popolare. In tal caso, per Scalfari, sarebbe meglio un furbastro disposto a ragionare e a confrontarsi, che un imbarazzante sprovveduto che si applica allo scopo. Ma, da qui, a votarlo, ce ne passa.

Correlati