L'arco di Ulisse

28 Novembre Nov 2017 1518 28 novembre 2017

Cosa avrebbe pensato Severino Cesari della proposta di assegnargli lo Strega postumo?

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“Non sapevano, forse intuivano che la fatica di quelle pagine di scrittura ancora timida, di quelle pagine di lettura di nuovo appassionata dopo mesi di buio, erano un'isola che prendeva forma e realtà nel mare ribollente dei mille dolori, che invece perdevano subito consistenza come mai fossero esistiti, mano a mano che, per quelle poche ore benedette, l'isola cresceva come uno splendente, strano cristallo in espansione. Era in fondo, rifletteva lui, nient'altro che il lavoro dell'aria. Il lavoro del proteggere, custodire e riparare infine, con mille aghi sottili e instancabili, si disse, e fu travolto da un moto di pura gratitudine.”

In queste parole di Severino Cesari si coglie la forza contagiosa di un profondo senso di riconoscenza verso la vita, maturato e diffuso ben al di là di ogni esigenza autorale, semplicemente indirizzato, o restitituito, alla fonte comune a tutti, e, infine, avvertito, di fronte alla morte che ha da venire, come unico atteggiamento possibile, guardando all’esistenza con la gentilezza delle anime divenute grandiose. Parole che non si esauriscono nella contemplazione di una bella frase, ma che giungono dritte, come un paterno e inequivocabile suggerimento a riempire lo spazio da lui tracciato con le sue ultime forze, nella cura di sé e degli altri, all’interno di un processo di miglioramento e nell’armonia del sentimento amoroso.
Io, non ho mai conosciuto Severino Cesari. Sono stato, però, un attento lettore delle sue riflessioni, pubblicate su Facebook e diventate quel gran bel libro che è “Con molta cura”, edito da Rizzoli. Negli ultimi anni della sua vita, Cesari ha condiviso sul social molti dei suoi raccoglimenti e non sempre inerenti alla sua malattia, nobilitando un luogo che, talvolta, si presenta poco adatto a raccogliere la bellezza di un pensiero autenticamente puro. La sua morte, avvenuta lo scorso 25 ottobre, ha immancabilmente toccato il mondo della cultura italiana e l’ambiente che gira intorno al libro. Tutti, scrittori, lettori ed editori, sentitamente, gli hanno riconosciuto il valore che distingue le grandi persone e ne hanno avvertito in maniera significativa la mancanza. E, c’è chi ha aperto un dibattito sulla necessità di assegnare all’editor e al critico scomparso il Premio Strega. Si tratterebbe, in verità, di iscrivere l’autore di “Con molta cura”, a una gara, sia pure la più rinomata in circolazione, che conserva comunque, per sua natura, un tocco di mondanità, da cui lo stesso Cesari, tuttavia, pare fosse solito fuggire. Va da sé che l’alto contenuto di una simile fatica letteraria meriterebbe ampiamente quel riconoscimento, e, pertanto, l’iniziativa, volta a inserire il lavoro di Cesari nell’ambito di una competizione culturale, non avrebbe nulla di inopportuno e rientrerebbe finanche in una logica di merito. Ma, forse, avrebbe il torto di considerare un'opera con caratteristiche straordinariamente peculiari, come il normalissimo prodotto competitivo di un autore che merita più degli altri di essere premiato. In altre parole, può darsi che il premio più grande, consono e giusto per un testo infinitamente intimistico, tanto da identificarsi con il sentimento stesso dell’umana benevolenza, sia costituito da una sua semplicissima e appassionata lettura.

Una lettura che decreti senza condizionamenti il successo di un libro superiore, nelle intenzioni e nella struttura, che l’autore ha scritto, pigiando con un solo dito sulla tastiera per via della malattia, per aiutare gli altri, contemplando se stesso, e per questo meritevole di una gloria che oltrepassa ogni regola di mercato, ogni cerimonia legata al mondo del libro, ogni convenzione che gli affibbi un marchio. “Con molta cura” è un naturale best seller, con una sua forza intrinseca, dotato della potenza di un’anima libera da qualsiasi ambizione, rivolta, in punto di morte, all’esistenza più terrena e a quelli che restano.
A voi che avete conosciuto Severino Cesari, direi di non spendervi, cercando per lui, riconoscimenti a cui, probabilmente, egli non conferiva la stessa vitale importanza. Lasciate che la sua magnifica opera venga letta e apprezzata dalle innumerevoli anime sensibili, che ce ne sono a milioni pronte a riversarsi su quelle pagine non appena ne intuiranno la stupefacente bellezza. Ognuno, per conto proprio e per quanto gli compete, inviti il suo prossimo a questa meravigliosa lettura.

Michele Rossi, responsabile della narrativa italiana Rizzoli, nella prefazione scrive: “Seve non attraversava le vite che incontrava, con il suo tocco gentile e garbato ne modificava per sempre la traiettoria. Poi venne la malattia e con lei il momento di scrivere usando come mezzo l’intangibile pagina di un social network da lui trasformato in un luogo pieno di speranza e autentica umanità. Questo diario esiste come una sfida, prendere il male e renderlo Cura, prendere la paura più grande e renderla luce, in modo generoso, esposto, disponibile a tutti e allo stesso tempo privatissimo. Intimo…”.
Mentre, l'amico fraterno di Severino Cesari, Paolo Repetti, fondatore, insieme a lui della prestigiosa collana dell’Einaudi, “Stile libero”, nel ricordarlo, sostiene: “Non esistono sventure che non sia possibile trasformare in un’occasione di sguardo verso un altrove. Severino lo ha fissato con candore, fino agli ultimi istanti, come stupito della forza invincibile che ha la vita, se la si attraversa con l’intelligenza di un cuore immenso”.

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