L'Argonauta

24 Novembre Nov 2014 1036 24 novembre 2014

Vietato aggrapparsi ai sogni: l’iper-realismo disincantato di Natalia Bondarenko

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Ci sono nella poesia di Natalia Bondarenko, ucraina naturalizzata italiana (come lei ora si considera), molti temi comuni ai grandi autori della poesia contemporanea: straniamento, solitudine, incomunicabilità, disincanto. Eppure la cifra complessiva della sua poesia è unica così come unico è il percorso della sua vita di apolide in un pellegrinaggio esistenziale tra paesi diversi, al di qua e al di là del muro. Una vita che si ritrova, puntualmente rappresentata e trasfigurata - in un linguaggio che adotta registri diversi, dal grottesco all’ironico al lirico - nella raccolta antologica Vietato aggrapparsi ai sogni, Guarnerio Editore, in questi giorni nelle librerie.

Nata a Kiev nel 1961 in una famiglia di artisti di origine ungherese ed ebraica (“ma l’ascendenza ebraica era meglio tacerla nell’Unione Sovietica”), dopo un’infanzia vissuta con la nonna a Kremenchuk, nell’Ucraina occidentale, citta industriale e coacervo di spinte nazionaliste, si laurea all’Accademia della musica a Minsk, capitale della Bielorussia, per poi entrare come cantante lirica nella Filarmonica della città. Sono anni sereni, vissuti tra le case dello studente e quelle operaie in camere da 5-6 letti in appartamenti con un bagno e una cucina in comune. Tanti amici, spensieratezza, la frequentazione di gente schietta, sincera, in un incrocio di popoli diversi provenienti dai territori dell’Unione Sovietica, soprattutto russi e ucraini.

Poi la svolta, nel 1990: l’incontro con un italiano e l’inizio di un rapporto affettivo difficile che la porterà in Italia, a Milano. “All’inizio non ebbi una buona impressione: la città mi sembrava piccola, di pietra grigia, sporca. E poi c’erano quelle signore impellicciate in via Montenapoleone o alla Scala, che mi sembravano delle poco di buono. Anche la maggiore ricchezza non mi colpì: alla fine ci si poteva permettere solo di guardare le vetrine, senza comprare nulla. Almeno a Minsk, quel poco che c’era potevo permettermelo.” Prova a entrare al teatro La Scala, ma la sua richiesta viene bloccata perché considerata apolide: “nei mesi successivi alla caduta dell’Unione Sovietica ero già in Italia con il passaporto sovietico, che ormai non valeva più. E quello ucraino l’ho richiesto ma non me l’hanno mai rilasciato”.

Dopo quattro anni decide di cambiare ancora, lascia Milano e il suo mondo di cartapesta per la provincia italiana, a Pordenone. “Per vivere facevo l’interprete, guadagnavo bene. Ma ho fatto anche tanti altri lavori. Siccome ero brava a modellare i denti ho lavorato come odontotecnica per 6 anni, spesso anche di sabato e domenica. Ma la mia vera vocazione è sempre stata quella di artista.” E, infatti, dipinge e inizia a scrivere poesie in lingua italiana: escono tre raccolte Profanerie private (2010), Terra altrui (2012) e Confidenze confidenziali (2013). Con i vicini di casa non c’è molta comunicazione, pensano sia una delle tante immigrate dell’Est Europa che hanno trovato lavoro come badante o donna di servizio (“forse perché dipingevo ed ero spesso sporca di tempera” ricorda con auto-ironia).

Nelle poesie emerge in modo trasparente il riflesso della sua stessa vita, anche se la dissimulazione, l’istinto a forzare le parole per creare paradossi, stupire, induce a non leggere mai i testi in modo letterale. Un tema ricorrente è il rapporto controverso con la madre, che non approverà mai la sua scelta di abbandonare la professione di cantante lirica per spostarsi in Italia. L’unica volta che vola in Italia a trovare la figlia non le risparmia rimbrotti e critiche (“mi diceva che le facevo pena”) e il breve viaggio si chiude con un nuovo non-incontro e la decisione di non tornare nella sua terra, che pure ama profondamente: “Dove vorrei essere adesso - è caduta la neve / sfidando in anticipo il corso della stagione fredda / con i fiocchi pieni di lacrime / per il mio tardivo non-ritorno (…) / Vorrei essere lì, dove la bufera di neve / è meno fastidiosa della tua non-presenza (…) Dove vorrei essere adesso – / è caduta moltissima neve / celando per bene / tutte le strade verso il tuo cuore freddo.”

Rapporti difficili, talora impossibili, sia che si tratti di genitori, del proprio compagno, di persone vicine o lontane, e che dischiudono un senso profondo di solitudine: “Adesso / che mi accuccio / sotto la tua indifferenza / così gentile e nobile, / sono inutile / con gli occhi / non più innocenti / ti chiedo soltanto / di meritare / la mia solitudine unica”. Relazioni nella quali l’ipocrisia, la maschera perenne calata sul volto rendono inattuabile un contatto infra-personale autentico e una reale possibilità di conoscenza: “Ti preferivo muto, maleodorante e nudo, / autentico, / come sbucavi nello specchio / nel quale, a volte, / dietro la tua spalla, con i capelli scompigliati, / veniva fuori la mia felicità / di non conoscerti affatto.”

In questo svelare in modo chirurgico le finzioni dell’esistenza non c’è spazio neppure per un attaccamento a un luogo, per segnare un’appartenenza: Natalia Bondarenko si sente italiana in un’Italia della piccola provincia che tarda a riconoscerla: “Accendo al sigaretta volentieri / Per disintossicarmi da tutta questa stupidità, / da tutto questo odio. Nel paesino dove vivo ora / le sigarette non fanno nulla. / Le persone con i loro pregiudizi / Mi faranno morire prima”.

Distacco dalle persone, dai luoghi, perfino da se stessa in una consegna inerme agli altri: “Non c’è più niente / che mi appartenga, / tutto è degli altri, / tutto / perfino la tenda / che mi sbarra la luce, /quella luce innocente / che mi tormenta / già dal mattino, / quel mattino spudorato / che vince sugli occhi / e sapete, / perfino quegli occhi / sono degli altri, / soltanto / la loro cecità / è mia”.

Eppure, sarebbe sbagliato leggere l’opera della Bondarenko all’insegna della pura negatività. La salva la stessa lucida auto-ironia con cui guarda alle cose del mondo e l’appiglio non ai sogni, come vieta il titolo della raccolta, ma ai piccoli segni di speranza che la vita presenta: la vicinanza di un qualcuno (“ma c’è una luce tra i binari della mia indifferenza, / ignorata e quasi invisibile - / qualcuno già da tempo sta / prendendosi cura di me”) e, ancora più importante, la possibilità di ritrovare alla fine un senso, una parvenza di verità attraverso la ricerca spasmodica di verità in se stessi, come in questi versi di una delle ultime (maggio 2014) poesie pubblicate nel volume:

“Ma sappi pure, che a volte

la verità sta da qualche parte in alto,

magari

al terzo piano senza ascensore dove si va solo

per piangere e per dimenticare,

dove si vive distesi e si dorme all’inpiedi,

dove accecano le poche cose che non distingui,

ricorrono sbandando/deviando

per la mente e per gli occhi.”

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