L'Argonauta

29 Dicembre Dic 2014 1258 29 dicembre 2014

I Cristi crocifissi di Chagall a Milano

  • ...

Difficile aspettarsi da un pittore ebreo, fortemente radicato nella sua identità religiosa e nelle tradizioni popolari chassidiche diffuse nella Bielorussia di inizio Novecento, un’attenzione quasi ossessiva per la figura di Cristo. Eppure Marc Chagall lo dipinge tantissime volte, crocifisso, in particolare nel periodo tragico dal 1933, salita al potere del nazismo, alla fine della seconda guerra mondiale. E anche nella mostra monografica «Marc Chagall. Una retrospettiva 1908-1985», aperta a Palazzo Reale a Milano fino al 1° febbraio 2015, organizzata e prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura-Gruppo 24Ore, Arthemisia Group e Gamm Giunti, su progetto della curatrice Claudia Zevi, la raffigurazione compare una decina di volte in alcuni dei quadri più significativi come la Crocifissione gialla, Resurrezione in riva al fiume, Apocalisse in lilla.

Uno Chagall ammaliato dal cristianiesimo, dunque? Ne ho parlato con Marcello Massenzio, professore ordinario di Storia delle religioni all’Università di Roma Tor Vergata, grande esperto dell’artista bielorusso e studioso della la figura dell’ebreo errante (suo un importante saggio del 2007 La passione secondo l’ebreo errante). “Il Cristo è per Chagall un elemento in cui si identifica in quanto martire ebraico, e che fa entrare in modo prepotente in quella tradizione. Nella Crocifissione bianca, oggi all’Art institute di Chicago, il quadro forse più importante di questo genere, Cristo è la sintesi di tutte le persecuzioni subite dal suo popolo a partire dai pogrom del primo Novecento all’’incendio della sinagoga di Monaco nel 1938 fino alla tragedia della shoa. Per Chagall Cristo non è il risorto, ma il giusto ebreo che muore perseguitato. E la sua ebraicità è rappresentata anche dal tallit, lo scialle di preghiera ebraico che ricopre la nudità di Gesù. Il pittore si percepisce come una sorta di doppio del Cristo, sofferente e solitario: ‘Come il Cristo, io sono crocifisso, fissato con dei chiodi al cavalletto’ scriveva alla moglie Bella”.

Uno dei quadri più importanti della mostra di Milano è la gouache Apocalisse in lilla, dipinta da Chagall nel 1945 verosimilmente a New York, la nuova patria dell’esule fuggiasco dal nazismo, ed esposta per la prima volta a Milano. Anche qui la stessa figura del Cristo crocifisso con ai suoi piedi una quasi caricatura di Adolf Hitler. “E’ forse l’opera meno chagalliana, preparazione a un dipinto che non sarà mai eseguito e che Chagall ebbe sempre con se, acquistata poi dal Museo ebraico di Londra dopo la sua morte ed esposta a Londra e New York. E’ un quadro di una drammaticità scabra. Era da poco emersa la verità sui campi di sterminio e Chagall ne era rimasto profondamente impressionato. “

In questo quadro, la figura a sinistra che si contorce verso il cielo ricorda l’umanità destrutturata di Picasso in Guernica: c’è una relazione tra questi due artisti, chiedo a Massenzio. “Sicuramente. Chagall non solo conobbe personalmente Picasso a Parigi, ma fu profondamente partecipe della guerra civile spagnola e dei suoi orrori, quasi un’anticipazione di quelli dell’olocausto.”

Altra figura onnipresente nella produzione di Chagall è l’ebreo errante, raffigurato chino con un sacco sulle spalle. Una tradizione di origine medievale che racconta di un ebreo, denominato poi Ahasuerus, che avrebbe oltraggiato Cristo nella sua salita al Calvario e che, per punizione, viene condannato a un eterno vagare in Europa, una sorta di atroce immortalità che lo rende per sempre sradicato da ogni terra e dagli affetti umani. Nell’interpretazione di Chagall è spesso posto in relazione con il Cristo crocifisso che domina la scena, e di cui è quasi una prefigurazione. “Cristo è ebreo tra gli ebrei” spiega Massenzio “ l’uno e gli altri vittime della stessa terrificante violenza. Il fuggiasco con il sacco sulle spalle non rompe i legami con il suo popolo, ma in quel sacco mette in salvo le sue radici, la sua identità, il suo mondo. È il tema della salvezza che persiste, ma che non si realizza nella conversione, ma al contrario nel custodire la propria identità: l’immane tragedia che si abbatte su tutto un popolo non è conseguenza di una colpa, ma si inscrive in un misterioso disegno divino.” Una prospettiva senza speranza, dal momento che Chagall nega la resurrezione e fa proprio il mito dell’esilio e della sofferenza nell’ebreo errante... “No, la speranza è nella Torah: per gli ebrei tutto è già scritto lì. Non a caso l’altra figura simbolica ricorrente in Chagall è quella dell’uomo che tiene stretta la Legge. Gli ebrei nei secoli fanno esperienza di un Dio che mette duramente alla prova il suo popolo ma che alla fine interviene sempre per liberarlo e concedergli nuovamente la salvezza. Un popolo, dunque, che cammina sempre sul filo di una catastrofe, di una possibile imminente distruzione, ma proprio per la capacità di conservare la propria identità religiosa, espressa dalla stessa Torah, riesce a superare le prove più terribili. E come se tutto fosse già accaduto nel linguaggio mitico della Bibbia per rivivere continuamente nel presente. Nella Crocifissione gialla il Cristo ebreo stretto alla Torah sembra troneggiare al di sopra degli orrori della guerra e delle persecuzioni. E’ questa la grande speranza del popolo ebraico.”

Un elemento simbolico nella produzione di Chagall, accanto al Cristo e all’ebreo errante, e la figura della madre con il bambino, espressione di amore per la moglie Bella, ma in altri casi, come La Madonna del villaggio, un richiamo esplicito alla Madonna cristiana. “La madre con il bambino in braccio esprime in Chagall la forza stessa della vita che però può trasformarsi alle volte nel suo contrario. Chagall ricorderà sempre le vicende della sua nascita, che racconta nell’autobiografia Ma vie, quando per un incendio nella sua casa viene salvato miracolosamente dall’intervento di alcuni compaesani. Per questo dirà spesso: ‘je suis un mort né’, un nato morto. Una nascita tragica di un figlio su cui incombe la consapevolezza tutta ebraica della morte. Ma c’è sempre andare oltre nella storia, in compagnia di una morte incombente e interiorizzata.”

Correlati