L'Argonauta

20 Gennaio Gen 2015 1349 20 gennaio 2015

Iraq: la pace possibile dalla riconciliazione tra sciiti e sunniti

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“La notizia cattiva è che l’esodo dei cristiani dal nord dell’Iraq continua: erano un milione nel 1990; poi scesi a 250.000 alla vigilia dell'attacco dell'Isis nell'agosto scorso. Ora sono poche decine di migliaia e quasi tutti sfollati nei campi profughi del nord iracheno. Quella buona è che l’offensiva dell’Isis è per ora ferma. La guerra si è come impantanata e il fronte è rimasto quello dell’agosto scorso grazie alle continue offensive militari mirate della coalizione a guida americana con la partecipazione di oltre 40 paesi, tra cui gli alleati della Nato, l’Arabia Saudita, l’Egitto“. Rodolfo Casadei, inviato di Tempi, è tornato sul fronte di guerra a Natale, dopo un primo reportage nell’agosto scorso, proprio nei giorni dell’offensiva dell’Isis. Ne parliamo con lui proprio la mattina in cui hanno imbrattato di escrementi la sede del settimanale.

Com’è la situazione dei cristiani in Iraq?

“La presenza a Mosul, che era di circa 20.000 cristiani, così come a Qaraqosh, cittadina tutta cristiana di oltre 45.000 abitanti, si è completamente azzerata.. Nella piana di Ninive, a nord di Mosul nell’estremo nord iracheno, sono ospitati non solo cristiani ma Yazidi, turcomanni, sciiti. La grande offensiva del 6 agosto scorso ha portato alla fuga in una notte 300.000 persone, di cui almeno 120.000 cristiani e 150.000 yazidi. Oggi dall’emergenza si è passati a una fase intermedia con baraccopoli di prefabbricati all’interno edifici in costruzione e in centri commerciali. Poi ci sono le tendopoli, dove vivono soprattutto gli Yazidi. A Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno molto vicino alla linea del fronte in cui sono confluiti la maggior parte dei profughi, i cristiani vivono come terremotati in stanze di 3 metri per 5 in palazzi in costruzione o in stanze in affitto, pagate per lo più dai vescovi grazie anche ad aiuti internazionali. La chiesa è molto solidale: il patriarca caldeo mons. Louis Sako è venuto per la messa di Natale insieme al patriarca dei siriaci-cattolici. Il governo iracheno non ha dato quasi nulla e solo a metà degli aventi diritto. Gli Yazidi stanno ancora peggio perché vivono in tendopoli di 30.000 persone come quella di Sharia, nel governatorato di Dohuk.”

Con il freddo invernale il disagio sarà aumentato…

“C’è molto pessimismo e il pensiero va a come possono emigrare dal paese telefonando ai parenti già all’estero. Sono già migliaia le famiglie cristiane che da agosto sono emigrati soprattutto in Europa, altri in Libano Giordania, Turchia, Canada Australia e Stati Uniti. “

E a livello militare?

“Il fronte è quasi fermo. Sono stato a Telesquf, l’unica città riconquistata all’Isis: oggi una città fantasma sulla linea di guerra. Si sono create milizie cristiane di autodifese, però solo di alcune centinaia di elementi. L’Isis grazie agli interventi della coalizione non è più in grado di fare attacchi militari con colonne di uomini e mezzi che sarebbero facilmente bersaglio degli attacchi aerei. La guerra si sta impantanando in una guerra di logoramento a a bassa intensità. Ci sono battaglie più sanguinose verso sud, dove gli sciiti cercano di respingere l’Isis. “

Ma l’Isis può contare sull’appoggio della popolazione?

“Bisogna fare un passo indietro. Saddam Hussein era sunnita, anche se la sua posizione era laica e di ampia tolleranza religiosa. Al crollo del regime la maggioranza sciita, circa il 60%, ha vinto le elezioni rinnovando completamente i quadri di governo e amministrativi dopo che già americani nel 2003 avevano sciolto l’esercito sunnita di Saddam e bloccato gli stipendi, di modo che molti dei quadri e ufficiali si sono subito schierati con la ribellione. Il governo sciita di Nouri al-Malliki ha fatto subito una politica fortemente anti-sunnita danneggiando i loro interessi. Così la minoranza sunnita ha appoggiato l’Isis in funzione anti sciita e oggi o tace o lo appoggia. E ‘ anche per gratificare i sunniti del nord che l’Isis ha attaccato i villaggi cristiani e yazidi, offrendo poi le loro spoglie alla popolazione sunnita in cambio di consenso. L’Isis è in crescita sia per la forte propaganda e la bandiera del califfato, sia per queste strategie di appoggio alle popolazioni locali.”

La facilità con cui l’Isis ha conquistato buona parte del nord Iraq è impressionante…

“E’ gente che ci crede, non la fa solo per soldi come negli eserciti regolari. Oggi di fatto non esiste più un esercito iracheno che si è praticamente dissolto con l’offensiva di agosto: sono poche truppe e male armate, non in grado di opporsi all’avanzata jihadista. Se non ci fossero gli interventi militari della coalizione tutto il paese sarebbe già in mano loro. In realtà gli sciiti non avevano nessuna capacità di polizia o militare. Quando li hanno attaccati a Mosul i miliziani dell’Isis erano 4.000 a fronte dei 40.000 militari sciiti e quasi tutti sono subito scappati, lasciando caserme, armi, soldi. Una pagina certo non edificante. E pensare che gli Stati Uniti avevano speso una ventina di miliardi di dollari per organizzarlo… “

Ma la rivoluzione sta portando effettivamente un miglioramento di vita per la popolazione?

“Naturalmente è difficile dirlo, sono pochissimi i contatti e l’unica inchiesta giornalistica fatta all’interno e trasmessa da Sky, è stata girate sotto la stretta sorveglianza dei jihadisti. C’è gente che arriva a Erbil per farsi curare dal momento che a Mosul mancano strutture sanitarie e l’elettricità va e viene. Loro pubblicizzano che vendono benzina e pane a prezzo calmierato, ma spesso sono beni che mancano. E’ significativo che chi parte da Mosul debba dare in garanzia la firma di un conoscente o familiare che, se poi lui non torna, finisce in carcere. Tanto bene quindi non stanno…”

Che cosa si può fare a livello internazionale?

Serve una vera operazione di polizia internazionale sotto l’egida dell’Onu, come chiedono anche i vescovi e i patriarchi iracheni, una cosa molto diversa dalla coalizione attuale. Ma è un proposito irrealistico, perché le principali potenze hanno interessi contrapposti, come in tutto il modo arabo. La Siria, ad esempio, è diventata campo di battaglia per una guerra di procura: dalla parte filo-governativa hai i russi, l’Iran, gli iracheni, gli hezbollah libanesi; dalla parte dei ribelli gli americani, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar. In Siria ci sono 150.00 ribelli che appartengono a 350 gruppi diversi, di cui i principali sono l’Isis, Jabat an Nusra (qaedisti), i salafiti, il libero esercito siriano. Noi in teoria appoggiamo il libero esercito siriano (laici e democratici) che è però anche il gruppo più corrotto e di minore consistenza militare. Così i nostri aiuti arrivano a tutto il fronte dei ribelli, compresi i qaedisti, che appoggiamo anche in funzione anti Iran e anti Russia: il gioco è questo… “

E quindi?

“Io sono convinto che l’azione più semplice ed efficace non è di tipo militare, ma diplomatico: favorire con la diplomazia internazionale un accordo politico tra sunniti e sciiti probabilmente metterebbe fine all’Isis. Ma questo nessuno lo dice.”

Ma i finanziamenti agli jihadisti da dove arrivano?

“In Siria e Iraq soprattutto dall’Arabia Saudita e dal Qatar, con il supporto logistico della Turchia. Sono questi i principali responsabili dell’ascesa dei gruppi militari jihadisti. Noi europei e gli americani ci siamo illusi di aiutare solo i ribelli buoni, mentre di fatto c’è una collaborazione tra il libero esercito siriano e il fronte jihadista. I canali degli aiuti, sia militari che umanitari, non sono controllabili e favoriscono anche loro. Lo stesso governo siriano ha liberato gli islamisti in prigione perché andassero e mettessero in minoranza i ribelli non jihadisti. Chi di jihadismo colpisce di jihadismo perisce: che li usa strumentalmente se li trova poi contro. Così l’Arabia Saudita ha esportato gli imam estremisti e anche per questo finanzia le moschee in tutto il mondo, ma in realtà l’obiettivo dei jihadisti è di fare dell’Arabia Saudita un possesso del califfato. Adesso lo hanno capito e per questo hanno aderito alla coalizione americana e ora condannano l’Isis. “

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