L'Argonauta

16 Marzo Mar 2015 1543 16 marzo 2015

Memoria e identità: una lettura parallela di Modiano e Mabanckou

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Già lo diceva un Joyce appena ventenne, nel 1902, che “un poeta deve sempre scrivere di emozioni passate o future, mai su un’emozione presente”. Infatti, compito del poeta - ma in generale dello scrittore - è di “scriverle le tragedie, non di fare l’attore in una di esse”. E sulla memoria del passato si sono esercitati alcuni dei più grandi autori di tutti i tempi, da Sant’Agostino , che nelle Confessioni (XI, 14) esprimeva il suo sconcerto su “che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se volessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”, ad alcuni pilastri della letteratura del Novecento come Proust o, in Italia, Svevo, tralasciando, perché mossa da altre finalità, l’epifania della memorialistica storica nel secondo dopoguerra come testimonianza degli orrori dello sterminio nazista o delle atrocità della carcerazione comunista nell’Est Europa.

Il fascino del tempo trascorso non cessa di ammaliare la narrativa contemporanea. Ne sono esempio due libri che ho iniziato a leggere, per pura coincidenza, contemporaneamente: Via delle botteghe oscure di Patrick Modiano e Le luci di Pointe-Noire di Alain Mabanckou. Accostamento forse temerario, considerando che l’unico evidente nesso tra il librodel 1978 del premio Nobel francese e il recente, del 2013, romanzo autobiografico del congolese Mabanckou è la comune lingua francese. Eppure, è lecito chiedersi se in entrambi non si ritrovi, per rimanere nello stesso milieu letterario, la lezione proustiana della letteratura come recherche, come scavo nel passato, al fine di scoprire e oggettivare il valore stesso della vita che proprio nell’esperienza artistica acquisisce una sua forma e il suo significato.

Prendiamo il libro di Modiano, vincitore del premio Goncourt nel 1978, edito in Italia da Bompiani con la bella traduzione di Giancarlo Buzzi. Abbiamo un personaggio, l’io narrante, un certo Pedro McAvoy Stern che, a seguito di un’amnesia, ha cancellato quasi completamente il proprio passato. Un passato che per Modiano ha un valore metafisico: non custodisce semplicemente la propria identità smarrita, ma lo stesso enigma dell’esistenza (“nella vita non è l’avvenire che conta, ma il passato” scrive a Pedro McAvoy l’amico ex-collega Hutte). In questo senso Modiano ci guida nelle pagine del libro in un labirinto indecifrabile e misterioso di ambienti, situazioni, personaggi dai quale emerge gradualmente la fisionomia del protagonista, una fisionomia però sfrangiata, poliedrica, così come innumerevoli sono le prospettive da cui il soggetto è rivissuto e raccontato - a se stesso - dagli altri. Ed è qui la sostanziale differenza con la poetica proustiana della Recherche: l’identità non viene più riacquisita, neppure nella letteratura, perché il soggetto come entità cristallizzata, permanente, non esiste più, si è dissolto nella pluri-soggettività degli sguardi che lo incrociano e, ciascuno a suo modo e per la sua parte, lo ri-narrano. E’ l’inconsistenza di un’umanità senza soggettività che Modiano descrive in un passaggio famoso e spesso citato del romanzo: “Gente strana, che al passaggio lascia solo una scia di nebbia che prontamente svanisce. Con Hutte chiacchieravo spesso di questi esseri di cui le orme si perdono. Nascono un bel giorno dal nulla e al nulla ritornano dopo un fugace brillio. Reginette di bellezza, gigolos, farfalle. La maggior parte, anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai.”

Anche in Mabanckou si parla in definitiva di uno straniamento. Ma la prospettiva non è qui metafisica, ma esistenziale. Il libro, autobiografico, ripercorre un tempo a ritroso nel suo paese d’origine, a Pointe Noire sulla costa del Congo, città in cui l’autore ha vissuto fino a 19 anni prima di partire per la Francia e lì affermarsi come scrittore. In questo reportage della memoria, compiuto effettivamente dall’autore nel giugno del 2012 dopo una lontananza di 23 anni e la morte di entrambi i genitori, Mabanckou va alla ricerca della sua identità, in qualche modo lacerata dall’esperienza di esule e migrante. Il viaggio alle origini è quindi anche la storia della ricerca del significato ultimo della sua vita, al di là dei ricordi mutevoli e fallaci della memoria. Una ricerca che fa riemergere la fisionomia di tanti personaggi con cui aveva vissuto, da mamma Pauline di cui ricorda la “maschera di serenità che ha indossato per tutto l’arco della sua breve esistenza”, una serenità con cui Mabanckou si scontrava nella ricerca dei “segni di un segreto dolore”, al padre, piccolo grande uomo che interpreta la sua esistenza di portiere e concierge di un albergo di lusso come appropriazione volitiva di un ruolo, pur di confine con il mondo comunque irraggiungibile degli europei frequentatori dell’albergo. Un uomo “buffo”, quasi da commedia, che la domenica ritornava nella sua ordinarietà familiare vestendo “il pigiama a righe bianche e rosse, e ai piedi un paio di pantofole marroni, troppo grandi”. E poi ci sono il fratellastro Yaya Gaston, play boy squattrinato, la sorellastra Georgette, luoghi come il vecchio cinema Rex, in cui da bambino guardava i film western, poi trasformato in chiesa pentecostale, o il suo Liceo Karl Marx. Frammenti di un passato rivisitato e attualizzato o, in altri casi, recuperato, come in Modiano, nell’archivio della memoria grazie agli appigli visivi, le sensazioni percepite nel suo itinerario di ritorno. Il libro di Alain Mabanckou, tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, è stato pubblicato, come i suoi ultimi lavori, da 66thand2nd e conferma il valore di una produzione di quasi 17 anni (il primo romanzo “Bleu-Blanc-Rouge” è del 1998 ed allora premiato con il Grand Prix Littéraire de l’Afrique noire) e che oggi si arricchisce, per il lettore italiano, dell’opera giudicata da molti critici come la sua più importante, Schegge di vetro.

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