L'Argonauta

7 Aprile Apr 2015 1158 07 aprile 2015

Petrowskaja: la storia finisce a Babij Yar

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E’ un lunedì freddo e piovoso a Kiev, quel 29 settembre 1941. L’appuntamento è alle 8 del mattino all’angolo tra via Mel’nik e Dokteriwska, nella zona nord occidentale della città: i tedeschi, arrivati nella capitale ucraina il 19 settembre, avevano diffuso il giorno prima l’ordine a tutti gli ebrei di trovarsi lì, pena la fucilazione. E lì arrivarono, poco alla volta, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Poi a gruppi di 30 e 40 li fecero passare tra due schiere di soldati con i manganelli in mano. Oltre quel corridoio umano c’era una spianata verde dove li fecero spogliare. Quindi, dritti al ciglio di una forra chiamata Babij Yar ( la valle della nonna). In due giorni vennero uccisi 33.771 ebrei sotto le a raffiche di mitraglia, dell’Einsatzkommando 4, agli ordini del colonnello delle SS Paul Blobel, con la collaborazione della polizia ucraina. L’eccidio andò avanti per diversi mesi: si calcola che siano tra 100.000 e 200.000 gli uccisi, prevalentemente ebrei, ma anche zingari, sacerdoti, nazionalisti ucraini.

Lo scrittore Anatoli Kuznetsov, aveva allora dodici anni e ricorda quella scena: “Venivano incanalati attraverso due o tre stretti varchi, che conducevano in fondo alla gola. Non appena arrivavano giù, gli agenti della Schutzpolizei li afferravano e li costringevano a stendersi sugli ebrei già fucilati. Avveniva tutto molto in fretta. I corpi erano letteralmente a strati. Un tiratore della polizia avanzava sparando con una mitraglietta al collo di ciascuna delle persone distese. Le vittime arrivavano così sconvolte dalla scena orripilante da non avere più nessuna forza di volontà.” Ci tornerà nel 1962 per accompagnare il poeta russo Evgenij Evtušenko che rimase sconvolto dal racconto di Kuznetsov e tornato in albergo scrisse una delle sue poesie più commoventi, pubblicata sulla Literaturnaia Gazeta: “E divento un lungo grido silenzioso qui / Sopra migliaia e migliaia di sepolti / Io sono ogni vecchio / Ucciso qui / Io sono ogni bambino / Ucciso qui / Nulla di me potrà mai dimenticarlo”. Nello stesso anno, Dmitrij Shostakovich commissiona proprio a Evtušenko un poema a più parti e la prima è la poesia “Babij Yar” che diventa il testo dell’Adagio della 13° sinfonia, rimasto alla storia con questo nome.

Forse conviene partire da qui per parlare del bellissimo libro di memorie di Katja Petrovskaja Forse Esther (edizioni Adelphi). Perché questo insolito memoir altro non è che una ricerca del proprio passato che la scrittrice ebrea, nata a Kiev, compie lungo i percorsi tortuosi della sua storia di famiglia che strettamente si intreccia con l’epopea tragica del popolo ebraico nell’Est Europa. Una ricerca che è di fatto il memoriale di una scomparsa “di quel popolo ebraico cui mi lega ormai solo la ricerca delle pietre tombali mancanti”. A Babij Yar morirono la bisnonna della Petrovskaja Anna, la prozia Ljolja e la nonna del padre, “forse Esther”, il personaggio che dà il titolo al libro, di cui il padre non sa con sicurezza neppure il nome. Fra i tanti aneddoti raccontati, sempre con leggerezza e ironia, colpisce la vicenda di questa babuska che cammina a stento e che il giorno del 29 settembre si incammina anche lei per presentarsi al punto di raduno fissato dai tedeschi. Quando per strada ne incontra uno, a cui confida, quasi per scusarsi, di essere anziana e di non riuscire a camminare così svelta, la reazione per lei, che ingenuamente guardava ancora con una riserva di fiducia al popolo tedesco, giunge inattesa: “le risposero con una rivoltellata: la noncuranza di un atto di routine – senza interrompere la conversazione, senza voltarsi del tutto così incidentalmente”.

Sì, conviene partire da qui, da quel maestoso fluire di uomini e donne lungo i viali di Kiev, dal quell’incedere dignitoso verso la propria morte che mi ricorda la marcia del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Un camminare inconsapevole verso il proprio destino? Forse, semplicemente, come annota la Petrowskaja, “allora non si pensava alla morte, non si spingeva il pensiero fino alla morte, non si concepivano gli eventi fino alle estreme conseguenze, li si seguiva solo arrancandovi dietro”.

Perché il libro della Petrovsakja è, in effetti, un arrancare dentro il passato per cercare di trovarne i pochi fili ancora rimasti. Perché la dimenticanza, l’oblio sono la più terribile nemesi della storia. E allora occorre opporsi a questa rimozione collettiva, a questa cancellazione di nomi, di volti, di persone. A Babij Yar ci sono 10 targhe a ricordare le vittime dello sterminio ma “nessun ricordo condiviso”. E osserva: “a mancarmi qui è la parola uomo. A chi appartengono queste vittime? Sono orfane della nostra memoria fallita? Oppure sono tutte.. nostre?” Nella cancellazione della storia (a Kiev il primo memoriale a ricordo degli ebrei viene posto cinquant’anni dopo gli avvenimenti) si compie anche la cancellazione dell’uomo e della sua umanità.

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