L'Argonauta

15 Aprile Apr 2015 1645 15 aprile 2015

Ricordo di Nina Cassian

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Moriva un anno fa, il 15 aprile 2014, a New York Nina Cassian, una delle più importanti interpreti della poesia romena del dopoguerra. Poetessa, traduttrice da più lingue, musicista, pittrice, Nina Cassian è stata una donna dal multiforme profilo artistico. Ebrea, nata nel 1924 a Galati, sulle sponde del Danubio, a sedici anni viene indicata dal grande poeta romeno Tudor Arghezi come una poetessa promettente e di incontestabile talento. Dopo aver abbracciato l’ideale comunista, si era ricreduta, scontandone le conseguenze che la portano ad abbandonare la poesia per alcuni anni, dedicandosi soprattutto alla letteratura per l’infanzia e alle composizioni musicali. Solo dopo la morte di Stalin nel 1953 riprende a scrivere poesie, con rinnovato fervore. Il premio dell’Unione degli Scrittori Romeni vinto nel 1969 è anche un riconoscimento alla Nina Cassian ritrovata. Nel 1985, apprende a New York dell’arresto dell’amico poeta Gheorghe Ursu, nei cui scritti erano presenti riferimenti alle posizioni anti-Ceauşescu della poetessa. Ursu muore sotto le torture della Securitate e Nina decide di non fare ritorno in patria, scegliendo l’esilio negli Stati Uniti. In Romania le sue opere vengono messe all’indice fino al 1989.

L’opera di Nina Cassian è rinata a nuova vita, anche con raccolte scritte in inglese, nella sua seconda patria, gli Stati Uniti, così come tante volte è rinata nella sua terra, la Romania. Poco conosciuta in Italia - esisteva solo una traduzione del 1960 di Inverno - suscita l’attenzione dei lettori e di qualche critico solo recentemente, grazie alla raccolta antologica C'è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007, pubblicata in italiano dall'editore Adelphi nel 2013.

Ricordo la telefonata che feci alla sua traduttrice, Anita Natascia Bernacchia, alla notizia della morte di Nina. Si erano conosciute cinque anni prima a una serata letteraria organizzata dal­l’Istituto Romeno di Venezia e che aveva visto Nina presente e protagonista, di un evento dedicato a lei, per la prima volta in Italia. “Mi aveva conquistato” mi diceva Anita Natascia Bernacchia “per la sua stravaganza, per la forza vitale che emanava da ogni suo gesto, parola, sorriso. Non conquistò solo me, ma tutti i presenti al recital poetico. Aveva appena pubblicato Continuum, volume interamente composto da poesie originali in inglese. Da piu di vent’anni, infatti, viveva negli Stati Uniti, ed era integrata, ormai, nella vita culturale americana, essendo stata ampiamente tradotta in inglese già dai primi anni Ottanta. Io mi ritengo onorata e privilegiata dalla sorte di essere stata parte dell’avventura che ha portato all’antologia adelphiana. Per chi l’ha conosciuta, letta, amata, vissuta, Nina è oggi onnipresente. È per questo che a me, a molti in Romania e in Italia, pare impossibile che lei oggi non ci sia più. Nina era la vita allo stato puro, la possibilità che si fa presenza, parola, carne.”

Forse proprio per questa vitalità, a contrasto, la morte era spesso presagita nella sua poesia. Un morire che lei stessa aveva più volte consumato nella sua esistenza tormentata di apolide: dal distacco dall’amata terra romena ai tanti amori, fioriti e dispersi, che hanno costellato la sua vita.

“Ma a me sono stati prescritti

È chiaro, più penosi abbandoni.

Mi è toccato strapparmi a paesaggi

A cuore impreparato

E mi è toccato lasciare l’amore

Quando ancora più ho da amare…”

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