L'Argonauta

17 Novembre Nov 2015 1225 17 novembre 2015

Adua, la forza del mito

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Forse una delle chiavi per entrare in Adua, il nuovo romanzo di igaba Scego, scrittrice afro-italiana di origine somala (come si definisce lei), pubblicato da Giunti Editore, è transitare con l’immaginario in una piazza medievale poco distante dal Pantheon a Roma, piazza della Minerva, dove al suo centro si innalza un obelisco poggiato su un elefantino di pietra con grandi orecchie, opera del Bernini del 1667. Poco distante, in quella stessa piazza, a partire dal Seicento, si trova il palazzo dell’Inquisizione romana, dove venne processato, tra gli altri, Galileo Galilei. Due diverse metafore dell’ascolto: quella repressiva dell’apparato inquisitoriale della Chiesa romana, e quella dell’elefantino, simbolo di una possibilità ultima di relazione in un mondo che non riesce più a comunicare (”tu e le tue grandi orecchie siete gli unici rimasti ad ascoltare la mia voce” dice la protagonista). E mi vengono in mente le parole di Lucio Dalla a proposito di un’altra piazza famosa a Bologna: “Dormo sull'erba e ho molti amici intorno a me, gli innamorati in Piazza Grande, dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no”.

Il romanzo di Igiaba Scego si snoda su periodi storici differenti che vanno dal colonialismo italiano in Somalia negli anni precedenti l’invasione dell’Abissinia (1936) agli anni Sessanta e Settanta, che raccontano l’infanzia della protagonista in Somalia e il suo approdo in Italia, fino alla contemporaneità nella Roma di oggi, dove si colgono i segni del nuovo disagio sullo sfondo delle migrazioni dei rifugiati dal nord Africa. Due sono i protagonisti: un padre collaborazionista con il governo fascista, traduttore per conto degli italiani (ancora la simbologia dell’ascolto) che si chiama Zoppe, per via di una leggera zoppia, e la figlia Adua, il nome che le viene dato in memoria della vittoria degli abissini di Menelik sull’esercito italiano nel 1896, diventato poi un simbolo della rivalsa contro il colonialismo.

Quello di Igiaba Scego non è però un romanzo storico. C’è certamente una condanna del colonialismo, ma l’interesse a un periodo ormai lontano nel tempo sta nel suo essere una lente d’ingrandimento per rileggere in profondità la storia di oggi. Quello che interessa è spiegare la genesi di un principio di corruzione, di decadenza, metterne in luce le dinamiche profonde: la violenza esercitata sul più debole, la strumentalizzazione della persona umana per fini di potere fino a renderla schiava, priva di dignità. La vita di Zoppe e Adua, raccontata non a caso in parallelo con continui salti temporali, denuncia lo smarrimento dell’io, della propria identità (e dignità) a fronte di un potere coercitivo. Ma racconta anche la disponibilità del più debole ad accettare, per convenienza, illusione di sopravvivenza, questa coercizione. Zoppe e Adua non sono semplicemente delle vittime: accondiscendono a una forza che si dimostrerà alla fine disumanizzante per appagare una loro ambizione, quella di un’affermazione di carriera al servizio dei nuovi padroni, da parte del padre, e il sogno di diventare una nuova Marilyn Monroe o Catherine Hepburn, per Adua. Finché questo giogo permane non solo i protagonisti restano privi della loro libertà, ma gli stessi rapporti interpersonali risultano impossibili, perché non ci può essere relazione umana autentica nell’abiezione. “L’amore non c’è, l’amore non esiste” continua a ripetere Zoppe ad Adua in quei siparietti di non-comunicazione che interrompono periodicamente la narrazione sui due protagonisti.

Solo alla fine, quando entrambi i personaggi prendono consapevolezza dei propri errori e si riappropriano della loro dignità, avviene la riconciliazione, la scoperta, come dice Zoppe alla figlia, che “alla fine io e te non siamo diversi, qualcuno ci ha umiliato, schiacciato. Io sono rimasto sotto. Sono stato sconfitto”. Un’ammissione di fallimento che è anche lo spiraglio di una redenzione, che Adua porterà avanti nella sua nuova vita.

Ma che cosa rende possibile questa redenzione? Un tema che riaffiora spesso nel romanzo è quello del mito. Magalo, la città dove vive il padre e trascorre l’infanzia di Adua che per una strana assonanza richiama nel nome la Macondo di Cent’anni di solitudine di Marquez, è in realtà un luogo letterario, contrapposto a una Mogadiscio reale, ma anch’essa proiettata in un passato idilliaco. E’ emblematica la scena in cui Zoppe viene pestato dalla polizia fascista e sotto la gragnuola di calci e pugni fa scorrere la sua vita in Africa, i suoi ricordi d’infanzia, la sua città. Zoppe trova forza nelle sue radici, in questo sfondo mitico al quale si può attingere sempre per recuperare valori che sono eterni e soli danno un senso alla vita. “Non volevo ambientare la storia a Mogadiscio”, mi dice Igiaba. “Volevo creare e parlare di una bella città di mare, di un luogo incantato, il nome in somalo significa semplicemente ‘città’. Questa invenzione mi ha permesso una libertà di azione, perché Magalo contiene tutte le città somale con le loro contraddizioni”.

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