L'Argonauta

11 Luglio Lug 2016 1052 11 luglio 2016

L’Apocalisse «trascendentale» di Marta Petreu

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Il termine «apocalisse» ha una sua fortuna e fioritura come genere letterario-religioso nel periodo interstamentario, cioè tra l’Antico e il Nuovo testamento e poi nei primi due secoli dell’era cristiana. Indica propriamente una rivelazione (apokalypsis) che un profeta o un uomo ispirato riceve da Dio relativamente al mondo divino e alle realtà ultime. Paradossalmente, una poetessa romena ancora poco conosciuta in Italia, Marta Petreu, così intitola una sua poesia-manifesto, che diventa anche il titolo della raccolta antologica d'autore - L’apocalisse secondo Marta - Poesie 1981-2014 - pubblicata recentemente da Joker, editore di Novi Ligure meritoriamente attento alla poesia contemporanea di aree geografiche meno frequentate dai lettori italiani, come l’Est e il Nord Europa.

Marta Petreu, pseudonimo letterario per Rodica Marta Crişan, è, in effetti, una grandissima poetessa, degna continuatrice di una tradizione di rilievo che nella Romania del Novecento vanta figure di spicco come Tudor Arghezi (1880-1967), George Bacovia (1881-1957) o Lucian Blaga (1895-1961), tutti tradotti anche in Italia o, anagraficamente più vicine a lei, Mircea Cărtărescu (nato nel 1956 e tradotto anch’egli in italiano) e i poeti della cosiddetta “generazione 80”, tra i quali l’autrice è stata inserita ad esempio dal critico Alexandru Muşina, che di questa generazione ha pubblicato la prima ampia antologia.Nata nel 1955 in un paesino vicino a Cluj, capitale della Transilvania e storicamente ponte tra l’Est Europa e la raffinata cultura dell’impero asburgico, Marta attraversa e partecipa attivamente alla storia del suo popolo, svolgendo un’attività intensa e feconda in ambito culturale e accademico (insegna Storia della filosofia romena all’Università di Cluj). Si segnala nel 1981 con un primo libro di poesie Aduceţi verbele (Portate i verbi) che le frutta il Premio dell’Unione degli scrittori di Romania. E l’attività poetica prosegue con numerose altre pubblicazioni fino all'integrale poetica Apocalisse secondo Marta del 2011 e all’ultimo volume Asta nu este viaţa mea (Questa non è la mia vita) del 2014.

L’apocalisse di Marta, però, è in realtà un’apocalisse al rovescio: non squarcia il sipario su un mondo divino; l’apocalisse, lo svelamento è su questa terra, è un mettere in luce quel “meccanismo funzionante” , per citare una delle sue poesie più lucide che è la struttura stessa del mondo, anzi la “struttura trascendentale” del mondo e quindi del linguaggio, derrideanamente inteso, come nota Roberto Merlo, docente all’Università di Torino e autore dell’ottima traduzione del volume.

E’ uno sguardo sul mondo spietato, assoluto quello di Marta Petreu. Lo dice lei stessa in una delle sue poesie forse più auto-analitiche, Paesaggio-sentimento: “ho in cambio la luce assoluta / e comprendo: quindi illumino con la mia comprensione il paesaggio nero / il carbonio”. E più avanti: “Sotto la luce spietata della mente / è mio questo paesaggio”. Questa estrema chiarezza nello svelare le strutture decrepite e marcescenti della realtà non può non condurla a uno sconforto e a una solitudine privi di senso: “Qui la lucidità formula la conclusione ultima / che si ritorce (ad un tempo) contro il mondo e contro se stessa: non esiste un senso / Qui il bene e il male si sospendono sono identici / indifferenti / in una solitudine annosa terrificante”.

Eppure lo sguardo vitreo e razionale di Marta Petreu, il suo incidere e sezionare ogni aspetto del reale, non si traduce in un cinismo distaccato o in una rassegnazione disperata, ma in un coinvolgimento profondo, simbiotico e appassionato. E qui entra il tema, onnipresente nella sua poesia, del rapporto con un Dio che ricorda il “demiurgo” della mitologia gnostica, un architetto malvagio, un “piccolo Dio, pagliaccio striminzito del nulla della caduta”, che ha messo mano a un mondo imperfetto che ha poi abbandonato al suo terribile destino. Un Dio, però, a cui Marta Petreu continua a rivolgersi, incessantemente, implorando una risposta, una spiegazione dell’assurdità del mondo e con il quale si esprime con la stessa violenza, crudezza che traspare in alcuni salmi biblici o nelle invettive dei profeti. Un linguaggio che ricorda il drammatico contenzioso con Dio di Giobbe (“ma io non terrò chiusa la mia bocca, parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore!” 7,11; “ma io all'Onnipotente vorrei parlare, a Dio vorrei fare rimostranze” 13,3), contestazione disperata dell’irragionevolezza del male che colpisce il giusto innocente: “almeno in questo modo mi risponderai / apri la tua bocca e maledicimi”.

Finora, sembra, questo Dio non le ha risposto, come invece aveva fatto a Giobbe. E la sua drammatica testimonianza artistica e umana rimane sospesa in questo spazio vuoto di una risposta non pervenuta. Ma questo è anche il messaggio universale che lascia ai suoi contemporanei: non si può vivere senza un senso, senza denunciare e gridare con tutta la forza possibile l’incongruità “tra il dolore materiale del corpo e lo spasimo intangibile dello spirito” (Merlo), tra una dignità ricercata e voluta e l’inarrestabile “alto rotolamento dai cieli, l’alta caduta dal Giardino”. “La realtà ha bisogno di trascendenza”, afferma Marta Petreu, la rassegnazione non è possibile. E nell’attesa di una risposta rimane come valore ultimo (non premiante) l’abbraccio solidale con il mondo, vittima della sua stessa caduta: “qui ogni uomo porta in spalla l’intera umanità / e la sua fatica /resta non ricompensata”.

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