L'Argonauta

27 Luglio Lug 2016 1023 27 luglio 2016

Svetlana Aleksievič: la storia russa e il furto della memoria

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Sto rileggendo in questi giorni alcune pagine di un libro che mi era capitato tra le mani due anni fa: Tempo di seconda mano, della scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, edito da Bompiani. Quando lo lessi per la prima volta la Alexievic era un’autrice ancora poco conosciuta al di fuori del suo paese e della Francia, sua attuale residenza. Poi, lo scorso dicembre l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura l’ha immediatamente proiettata a una visibilità planetaria.

Giornalista e scrittrice di talento, testimone della storia del suo paese dalla guerra in Afghanistan alla Perestroika al putch di El'cin che apre la nuova stagione postcomunista, Svetlana Aleksievič è una cronista fedele e arguta della sua gente, perché, sostiene, 'la storia è interessata solo ai fatti, le emozioni ne restano escluse, non hanno accesso alla grande storia. Io invece guardo all'uomo non con gli occhi dello storico, ma di chi cerca anzittutto l'uomo e non finisce mai di lasciarsene stupire'. E questa comédie humaine è diventata racconto in alcuni libri dal timbro inconfondibile: Ragazzi di zinco, sui reduci della guerra in Afghanistan, libro che le costa l'ostracismo del regime bielorusso di Alexander Lukashenko, Preghiera su Cernobyl' e Incantati dalla morte, tragico racconto dei suicidi che si sono susseguiti al crollo dell'Unione sovietica, fino al più recente La guerra non ha un volto di donna (2015), storia polifonica del secondo conflitto mondiale attraverso i profili variegati di donne sovietiche.

Tempo di seconda mano è un libro 'polifonico e corale', come l’aveva definito la scrittrice e docente di letteratura russa Serena Vitale, in cui si intrecciano i ricordi dell'autrice con le voci innumerevoli registrate con puntigliosa meticolosità nel corso di lunghi anni di viaggio nel suo paese. Con l’obiettivo, forse ambizioso, di tracciare il profilo dell'homo sovieticus, secondo la nota definizione di Aleksandr Zinov'ev, una particolare categoria antropologica, “l'unico progetto riuscito' del comunismo secondo Svetlana, concepito e prodotto nel laboratorio del marxismo-leninismo. Un uomo che vive oggi in diverse nazioni, parlandone la lingua, ma che resta 'inconfondibile' perché 'abbiamo un nostro vocabolario, idee nostre del bene e del male, degli eroi e dei martiri' del valore stesso della vita: 'che valore può avere una singola vita se pensiamo che solo poco tempo fa ne sono state eliminate a milioni? (…) Veniamo tutti da laggiù: dal gulag e da una guerra atroce.'.

Riprendo gli appunti di un incontro letterario a Milano, organizzato da Il Corriere della sera un pomeriggio del settembre 2014 per presentare il libro. Qualcuno le chiese il senso del titolo: Tempo di seconda mano. 'E' una mia diagnosi su quello che sta succedendo in Russia oggi. Veniamo dalla grande utopia comunista, dagli imperativi ideali che ci erano stati annunciati un secolo fa: costruiremo un mondo nuovo! Poi tutto è crollato, si è affermato questo capitalismo stile Chicago anni '30: se non hai i soldi sei una nullità. E Putin è stato abile a raccogliere la frustrazione e il rancore rifocalizzandoli sul suo progetto «neo-imperiale». Ma viviamo di ricordi e di illusioni del passato: è un tempo di seconda mano, appunto '.

Ricordo anche il suo fervore, man mano che si arrivava al cuore di quello che era per lei il vero problema della Russia attuale : la mancanza di una vera libertà, di una coscienza critica diffusa. 'Questo processo è iniziato dal conflitto con l'Ucraina, quando parallelamente alla propaganda nazionalista sono ritornati in auge i protagonisti dell’ex-impero sovietico: moltissimi i telefilm, i libri sulla vita di Stalin, persino Beria (capo dell'apparato repressivo sotto Stalin, ndr) passa oggi per un riformatore. Il contributo degli intellettuali negli anni '90 viene ora cancellato dalla nuova propaganda politica. Oggi non ci sono più canali tv e radio liberi e i giornali di opposizione sono pochi e limitati alle grandi città. Così la gente, soprattutto in provincia, dove Putin raccoglie la maggioranza del suo consenso, si beve la propaganda. E Putin ha scommesso sul popolo della provincia. I giovani che protestano a Mosca sono pochi, per Putin sono manifestazioni «pornografiche». E la classe media, quella più istruita, sta fuggendo dalla Russia, prima i figli e poi loro. Intanto a Mosca e San Pietroburgo vendono anche la carta igienica con l'immagine di Putin e le magliette che la gente compra”.

E poi c’è il mito della forza militare come affermazione identitaria di un intero popolo.

'Ma noi non abbiamo mai vissuto in modo diverso” ammise. “Siamo sempre stati in guerra o preparandoci per una guerra. Nessuno ci diceva che devi essere felice, ma che devi essere pronto per la morte, a dare la vita per la patria. Nelle scuole a Minsk trovi solo manifesti sulla seconda guerra mondiale, sulle sue vittime. Perché si parla sempre di questo? Perché non abbiamo fatto altro che questo nella nostra storia e, oltre a tutto toccare questi temi evita altri argomenti scomodi, come i gulag. Nell'uomo russo persiste l'ammirazione della forza, della guerra, di quello spazio enorme che ci appartiene. E la propaganda insinua che ce lo vogliano portare via. Tutti gli uomini sono stati militari e la donna sempre aspettava l’uomo di ritorno dal servizio militare o dalla guerra. L'uomo armato in Russia è sempre stato la figura più importante.'

Verso la fine le feci anch’io una domanda sul rapporto tra libertà e memoria: può esistere una libertà senza una vera memoria del passato, senza farne in qualche modo i conti, soprattutto se è un passato, quello sovietico, perennemente sospeso tra illusione e tragedia?

'Chi è vissuto ai tempi del comunismo” rispose “ha della libertà una visione diversa rispetto alle nuove generazioni. Come scrivo nel libro, la nostra era stata una esperienza di sopravvivenza, non di vita. E ogni cosa è all'improvviso cambiata intorno a noi: le insegne, gli oggetti, i soldi, la bandiera. Oggi, soprattutto in provincia, molta gente pensa che se uno può scegliere in un negozio tra cento qualità di salame è più libero di un altro che deve scegliere tra dieci. Per i giovani, invece, c’è libertà è quando i tuoi desideri non ti fanno paura e possedere molto denaro vuol dire poter realizzare questi desideri. Libertà è quando puoi vivere senza pensare alla libertà. Ricordo, che una volta dissi a mio padre a proposito dell'annus horribilis del 1937, l'apice delle purghe staliniane: perché allora non hai detto e fatto nulla? Oggi non lo direi più. Perché il male è radicato nella vita. Bene e male si confondono e possono camuffarsi, tanto da sembrare un'altra cosa. Oggi sono rimaste le vittime, ma dove sono i carnefici? Non si sono forse paludati nella società? In campagna si sapeva chi faceva il male, come ad esempio durante la guerra schierarsi con i tedeschi, ma nella società a livello più ampio questa consapevolezza si perde. Oggi in Russia si stanno chiudendo i musei dei lager, i santuari della memoria. E si ripete per noi lo stesso destino: la memoria che sempre viene sottratta alla Russia. '

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