L'Argonauta

12 Novembre Nov 2016 1238 12 novembre 2016

Leonard Cohen, l'autoconsegna al mistero della vita

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Alla fine la morte è venuta, puntuale e precisa. Leonard Cohen, il cantautore canadese che si è spento – dicono in pace – nella sua casa di Los Angeles l’aveva quasi invocata. A settembre, nel suo ultimo capolavoro You want it darker, title track dell’album, aveva cantato con il sottofondo del coro della sinagoga di Montreal, che frequentava da bambino: hineni, hineni, eccomi, sono pronto. E’ la risposta di Abramo a Dio quando gli chiede di sacrificare il figlio Isacco, una metafora della volontà imperscrutabile dell’Onnipotente a cui può far seguito solo l’autoconsegna dell’uomo, nella fede. Un tema che lo aveva già affascinato in “Story of Isaac” (Songs from a room, 1969) fino a vedere nella mano del padre alzata per uccidere Isacco la bellezza stessa del mondo (“and my father's hand was trembling with the beauty of the word”).

L’aveva raccontato ad Andrea Laffranchi, giornalista de Il Corriere della sera, in una delle sue ultime interviste, meno di un mese fa: «L’essere pronto fa parte della nostra anima. È parte della mia natura e di quella di tutti noi offrirsi nel momento critico in cui l’emergenza diventa evidente». Leonard Cohen portava la ricchezza e il peso delle sue origini ebraiche. Faceva parte di quel genere di persone di sensibilità straordinaria che vanno al cuore delle cose, nella vita come nella religione, in una perenne ricerca che non arriva però mai a una totale identificazione con il suo oggetto. Ammetteva in quella medesima intervista: ««Non mi sento una persona religiosa. In alcuni momenti ho sentito la grazia di un’altra presenza nella mia vita, ma non ci posso costruire una struttura spirituale ». Una sua struttura perlomeno psicologica l’aveva cercata nel monachesimo zen, negli anni ’90, in un momento di depressione, in uno svuotamento interiore, un distacco dalle cose, che lo porterà più avanti, negli ultimi album a partire dal “Old ideas” del 2012, a una nuova fase del suo percorso artistico, caratterizzata da una intimità più sofferta ed essenziale. Un album che esprime la volontà di una consegna anticipata a un Dio ebraicamente vissuto nella cifra dell’onnipotenza, piuttosto che dell’amore misericordioso e preventivo: “Show me the place, where you want your slave to go, show me the place, I’ve forgotten, I don’t know”. Di fronte ai facili trionfalismi di ogni religione e ideologia, Cohen ci ha insegnato a vivere e cercare una propria fede sobriamente, nell’ombra, accettando questa oscurità con la serenità e il sorriso che regalava a tutti nei suoi concerti: «you want it darker, we kill the flame / tu vuoi più buio e noi spegniamo la fiamma».

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