L'Argonauta

25 Novembre Nov 2016 1745 25 novembre 2016

Vosganian, solo la storia ci può salvare dall'orrore

  • ...

“Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere” dichiarava, programmaticamente, Varujan Vosganian, lo scrittore romeno di origini armene nel romanzo del 2009 che lo ha fatto apprezzare a livello internazionale: Il libro dei sussurri. E aggiungeva: “Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto”. In questo senso di parzialità c’è la consapevolezza non solo delle infinite possibilità che la vita offre e che non si possono evidentemente cogliere se non in misura residuale, ma l’apertura a una dimensione più ampia dell’esistenza, che si sviluppa a tutto tondo non nell’individuo, ma nel susseguirsi delle generazioni, non nelle gesta di un singolo, ma nella tradizione trasmessa oralmente di un popolo. Il Libro dei sussurri è proprio questo racconto, di altissima qualità letteraria, del suo popolo armeno.

Vosganian non è solo un grande scrittore. Nato a Craiova nel 1958, economista con laurea anche in matematica, musicista e appassionato di arte, con una bellissima collezione nella sua casa di Bucarest, è stato anche ai vertici della politica in Romania, fondatore di un partito di destra di ispirazione liberale e poi ministro dell’Economia dal 2006 al 2008. A distanza di sette anni dal romanzo di esordio, lo scrittore ha appena concluso la sua nuova opera Copiii războiului – I figli della guerra, presentata nei giorni scorsi a Bucarest alla fiera del libro Gaudeamus.

L’ho incontrato a inizio novembre a Iaşi, una storica città universitaria nel nord-est della Romania poco lontano dal confine con la Repubblica Moldova. Vosganian parla quasi perfettamente 5-6 lingue, tra cui l’italiano. Mi aveva organizzato l’incontro Anita Bernacchia, la sua bravissima traduttrice in lingua italiana per conto dell’editore Keller di Trento

Varujan Vosganian

Lei ha detto, in varie interviste, che il suo libro non è solo una storia del popolo armeno, ma che” è il ventesimo secolo il personaggio centrale”. In che senso?

«C’è una differenza sostanziale tra storia e letteratura: la storia parla dei vincitori, la letteratura dei perdenti, di coloro che non hanno vissuto, ma sofferto la storia. Poi c’è una seconda importante differenza: nei libri di storia la morte è astratta, sono solo numeri, senza vita. Solo la letteratura può dare un nome alla sofferenza ed è la ragione per cui può convincere più della politica. Lo straordinario potere della letteratura è dare nomi alla sofferenza. Io racconto il ventesimo secolo dal punto di vista di chi lo ha maggiormente sofferto».

Nel Libro dei sussurri la morte è onnipresente, è quasi un personaggio tra gli altri…

«La morte non è parte del passato, perché noi viviamo con i nostri morti. Alcuni mi chiedono perché dopo cent’anni chiediamo ancora il riconoscimento del genocidio. Lasciamo la storia in pace, dicono. Ma il problema è che ogni cosa dimenticata si ripete nella storia: per questo non possiamo dimenticare, è quasi un impegno verso le future generazioni. C’è una forte somiglianza tra il genocidio armeno e l’olocausto degli ebrei: entrambi i popoli escono da queste esperienza dimezzati nel numero. Una tragedia immane… I sopravvissuti armeni erano circa 1,5 milioni, adesso siamo 6 milioni. Significa che i figli dei sopravvissuti si moltiplicano, così come nel mondo dei morti. Io sono metà qui e metà in quel mondo oscuro».

Il 2015 è stato l’anno di commemorazione dei genocidi e il suo nome è stato fatto come candidato al Nobel per la letteratura. Sarebbe stato un bel segnale anche a livello politico…

«Noi chiediamo il diritto di riunirci. Un popolo non ha la forza di farlo da solo. A Deir es-Zor, nel deserto siriano sono morti oltre 20.000 armeni: è stato il primo campo di concentramento del Novecento. Io non ho voluto finire il libro prima di vedere con i miei occhi questo deserto e la chiesa memoriale che vi è stata costruita, oggi completamente distrutta dall’Isis. Purtroppo neanche gli ebrei hanno riconosciuto il genocidio, ne parlai con Netaniahu quando ero ministro dell’Economia in Romania: c’erano ragioni di Realpolitik… »

Mi parla del suo nuovo libro?

«Anche in questo nuovo libro si parte dalla storia, quella dei cosiddetti «figli della guerra» nati dalle relazioni illegittime con i militari occupanti, soprattutto tedeschi o russi. Si calcola che siano circa 500.00 in Europa, 200.00 solo in Francia. Ho avuto idea di scrivere il libro dopo avere letto una ricerca sociologica su questi bambini in Francia. Anche in Romania è successo questo e le madri con padri tedeschi erano calunniate, spesso punite. Il protagonista, Matei, è un uomo nato da una madre romena e un soldato tedesco, scomparso poi nelle steppe. Per sessant’anni il rapporto tra padre e figlio è puramente epistolare, con il padre che indirizza al figlio sei lettere in tutto, una ogni dieci anni. In questo clima di odio, Matei diventa un ufficiale della Securitate (la famigerata polizia segreta comunista, ndr), per odiare a sua volta. A 67 anni apre l’ultima lettera e si accorge non era per lui, ma per un fratello che neppure sapeva di avere. Comincia allora a cercarlo, in una sorta di pellegrinaggio interiore, nel quale comprende che tutta la sua vita è stata sbagliata, che l’uniforme ha utilizzato lui e non viceversa».

Nel Libro dei sussurri il protagonista era lei, qui è un personaggio inventato anche se fa riferimento a situazioni storiche reali…

I personaggi del libro, come nel mio precedente, sono reali anche se hanno nomi diversi. Il nome di Matei fa riferimento all’evangelista Matteo, che l’iconografia presenta tradizionalmente come un angelo. E, infatti, alla fine del libro c’è una trasfigurazione, uno scambio tra la sua uniforme, che rappresenta il diavolo, e lui stesso. Come nel Faust, alla fine ha luogo una redenzione e c’è un angelo che la annuncia: è il fondamento della condizione umana, costretta tra la morsa del demoniaco che si incarna nelle cose artificiali, nelle regole, nell’autorità e l’angelo che rappresenta la libertà, l’accettare la memoria come parte del presente. Ogni uomo, alla fine, deve confrontarsi con il passato scegliendo tra queste opzioni fondamentali: l’oblio, la vendetta e il perdono».

La copertina de «I figli della guerra» con il "San Matteo" di Caravaggio

Correlati