L'Argonauta

7 Dicembre Dic 2016 1017 07 dicembre 2016

La matematica incertezza della poesia

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Si può fare poesia con la scienza o, semplicemente, nell’orbita di una formazione scientifica? Lucrezio è un antesignano illustre, ma nel secolo scorso in Italia abbiamo avuto Primo Levi e Carlo Emilio Gadda, mentre, in tempi più recenti emergono dalle quinte di un pensiero scientifico poeti interessanti come Bruno Galluccio (l’ultima opera, La misura dello zero, è stata pubblicata da Einaudi nel 2015). Non sempre però l’intenzione è esplicita. Alcune volte la formazione scientifica è quasi un incidente di percorso, che allontana provvisoriamente l’aspirante poeta dalla sua passione autentica. Sia quel che sia, a Bookcity a Milano a metà novembre si sono presentate due poetesse romene, Florentina Nita e Eliana Liliana Popescu, laureate rispettivamente in ingegneria elettronica e matematica (la Popescu in realtà insegna proprio questa disciplina all’università di Bucarest).

Florentina Nita

Florentina Nita, che vive a Brescia dal 2000, ha intrapreso un percorso universitario condizionato dalla famiglia, preoccupata che potesse avere un lavoro sicuro. Ma Florentina amava leggere fin da piccola, sia i classici della letteratura occidentale reperibili nelle biblioteche, come , Madame Bovary, Ivanhoe, i libri di Dumas (che condivideva con il padre), sia i grandi autori romeni come Eminescu, Creanga, Caragiale. Così, fedele a se stessa, ha abbracciato prima il giornalismo e poi la poesia, arrivando a pubblicare quattro volumi in romeno e l’ultimo, Strisce di carta (Genesi Editrice, per la collana «Poeti senza cielo» diretta da Menotti Lerro), in doppia lingua, italiano e romeno, con una traduzione «aperta» del testo, quasi una re-interpretazione a cura della stessa autrice. Esperimento interessante che consente al lettore a conoscenza di entrambe le lingue la possibilità di scegliere tra le due versioni o semplicemente giustapporle. In Florentina l’humus scientifico è evidente e si esprime sia nella concisione dei versi, quasi sempre asciutti e misurati, sia nel mutuare prestiti lessicali dalla geometria o dalla fisica: “Te ne vai / un vettore isotropo / genera in lontananza / uno spazio inerte” oppure “i castagni hanno preso fuoco / come supporti catalitici nel fumo”. E forse, anch’essa legata alla fisica, è la meditazione sullo scorrere del tempo e della vita, uno dei temi più ricorrenti e che si traduce nella poesia Ai cornicioni in versi di forte iconicità : “gocciola dai cornicioni di vita / un tempo scongelato”.

Elena Liliana Popescu

Elena Liliana Popescu vive invece a Bucarest, anche se è nata in una città di fiume, sul Danubio terra di confine con la Bulgaria. Membro dell’Unione degli Scrittori di Romania con oltre 40 libri all’attivo tradotti in varie lingue, ha presentato a Milano Canto d’amore, una raccolta del 1999 pubblicata ora in testo bilingue dalla casa editrice Pellicano, nella collana “Poetry by the planet” curata da Antonino Caponnetto. Quello della Popescu è “uno stile poetico diretto, conciso e semplice” come lei stessa lo definisce, lontano apparentemente da quello scientifico. Eppure anche qui la parola si dilegua (de-liquare, rendersi liquido) in una «metamorfosi delle cose» che richiama la fenomenicità della fisica, trasposta su un diverso piano di significati. E’ emblematica, quasi un cammeo, la breve poesia Ingratitudine, che nel testo romeno è in rima, come quasi tutti i versi della silloge: storia di un piccolo fiocco di neve che “si è sciolto al sole/ e si è mutato / in mille fiamme. / Poi, con spaventosa freddezza/ ha inghiottito il mare/ il mare che l’ha voluto”. Un testo ingannevolmente semplice, una sorta di trompe-l'œil narrativo che nasconde in realtà un capovolgimento della realtà, con il piccolo fiocco che assume in sé quel mare in cui ci aspetteremmo di vederlo rifluire. Commenta Liliana: «Legge della trasformazione, gioco paradossale dei contrasti e della relatività delle cose nel mondo illusorio della dualità. Solo l’essenza di tutte le cose è reale». Una «dualità illusoria» che investe persino il soggetto e l’oggetto del suo poetare. Il “tu” è indefinito, spesso con la maiuscola, mentre l’io narrante, con spiazzante ambiguità, si fa ora maschile ora femminile. Mi diceva a questo proposito: «Le poesie sono sempre un dialogo, un ponte o una connessione tra l'anima del poeta e quella del lettore quindi non ha alcuna valenza se l'autore come individuo è un uomo o una donna. Allo stesso modo, a seconda della sua personalità, il lettore può immaginare cosa significhi il "tu", perché la poesia lo raggiunge non a caso, ma grazie al fatto che chiunque potrebbe celarsi dietro a quel "tu"».

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