L'Argonauta

9 Gennaio Gen 2017 1118 09 gennaio 2017

D’Avenia, Leopardi e i ragazzi della comunità Kayròs

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«Nel mio caso, più che un rapimento è stato un rapinamento» scherza Daniel, ventiquattrenne di Quarto Oggiaro. Siamo a Vimodrone, periferia di Milano, presso una delle nuove sedi della comunità Kayròs fondata da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria, che ospita 15 ragazzi in autonomia. Al secondo tentativo don Claudio riesce a organizzare un incontro con alcuni ragazzi per commentare l’ultima fatica di Alessandro D’Avenia L’arte di essere fragili (Mondadori, 2016). Con don Claudio qualche settimana prima avevamo parlato del libro, una illuminante e attualizzata rilettura di Leopardi, e mi era venuta l’idea di commentarlo con alcuni dei suoi ragazzi. L’arte di essere fragili è una bellissima riflessione sull’adolescenza, ma anche sulla vita, a partire da quello che l’autore chiama il «rapimento», passaggio essenziale nella crescita dell’adolescente in cui si avverte la chiamata a essere qualcuno in particolare, come una sorta di vocazione specifica alla propria umanità, in sintonia con i desideri e le aspettative più profonde: perché «tutti vogliono sentirsi parte di una storia infinita, nella quale al cadere di una stella si leva un desiderio», scrive D’Avenia. Ma se questo rapimento non avviene o non diventa il motore che accende l’esistenza, se alla chiamata non si ha la forza, il coraggio o semplicemente la lucidità per rispondere e lo si lascia poco a poco spegnere, ecco che entrano in gioco forze compensative che sembrano offrire una risposta altrettanto valida, ma che si dimostrano invece terribili illusioni: «ciò che cerchiamo è già in noi» continua D’Avenia, «ma non è attivato per mancanza di contatto con la realtà, e finché non lo troviamo restiamo prigionieri dei due princìpi che dettano il copione nell’infanzia e nell’adolescenza: il principio di piacere e il principio dell’obbligo». Piacere ed obbligo, più spesso il primo del secondo, sono le due dominanti che determinano il comportamento dell’adolescente, che lo portano a trasgredire, ad andare oltre le barriere culturali e sociali, in una zona di confine incerta dove è facile passare dalla legalità al reato.

D'Avenia, L'arte di essere fragili

Daniel, il ragazzo del “rapinamento”, ha una storia di questo tipo. E’ cresciuto in un quartiere della periferia milanese in una famiglia con genitori divorziati, una madre con cui ha un rapporto serrato ma per lo più conflittuale e un padre che ammira come un “eroe” estraneo però ai suoi sentimenti. Daniel inizia una vita di furtarelli e piccoli reati, fino a quel “rapinamento”, la rapina in una banca, che lo porta al carcere minorile del Beccaria: « A 15 e 16 anni ho cominciato a sentire gli eccessi delle cose. Mio padre come il padre di Leopardi, voleva che fossi all’altezza delle sue aspettative, ma ogni chiamata è personale. Ho cercato il mio “rapimento”, o qualcosa che sembrava assomigliargli, negli amici e nei piaceri.»

Ecco allora la ricerca dei soldi, del sesso, il voler provare tutto, sfidare gli adulti diventati i nemici da abbattere: «E’ necessario anche avere rapimenti sbagliati per arrivare a quello giusto. E ci sono momenti opportuni che questo ti si presenta. Il primo, quando ero al Beccaria, è stato di affidarmi alle persone che avevo intorno - educatori, psicologo, don Claudio. All’inizio lo facevo solo per un fine utilitaristico, per poter uscire prima, ma poi mi sono reso conto che questi incontri mi facevano bene». Così, uscito dal Beccaria e dopo un anno e mezzo alla comunità Kayròs, Daniel torna a casa convinto di avere una sua verità in tasca. In realtà, ricade presto in una vita vuota, senza fare assolutamente nulla e, poco alla volta, ritornano i divertimenti e le abitudini di prima. «Mi hanno nuovamente arrestato per sei mesi ed è stato il momento più brutto della mia vita: ritornare in cella, senza prospettive, stavo sempre da solo, senza parlare con nessuno, in uno stato di completa apatia e depressione. La svolta è stata quando Floriana, una volontaria del carcere, mi ha convinto a frequentare il cineforum e poi a riprendere lo studio. In quel momento ho capito che la scelta nella vita è sempre tra accogliere il dolore oppure evaderlo cercando soluzioni facili, come i soldi, e mi sono sentito come Leopardi quando scrive a Giordani di essere finalmente sulla strada giusta. L’appassionarmi alla letteratura ha dato poco alla volta un senso alla mia vita, tanto che sono sbalordito, oggi, di quanto sia bello studiare. Le cose che ti raccontano i libri danno un nome alle mie esperienze, mi ci ritrovo. In ogni autore ritrovi un pezzo della tua vita e allora sì che impari davvero, perché quella diventa anche la tua esperienza».

Don Claudio Burgio e i ragazzi della comunità Kayròs

Anche Loris, che oggi ha 19 anni, ha vissuto un’infanzia e adolescenza complicate. «Il mio falso rapimento è stato la responsabilità, quello che D’Avenia chiama il “principio dell’obbligo”. Avevo quattro o cinque anni quando mio padre lanciò alla mamma uno stendino e io mi misi di mezzo, prendendone tante. E’ iniziata una storia di violenza famigliare a cui ha fatto seguito la separazione dei miei genitori. Io stavo con la mamma e dovevo fare l’uomo di casa. Mi sentivo adulto. Poi alle scuole superiori mi sono reso conto di come vivevano i miei compagni: c’era un abisso tra la mia e la loro vita. Così a 17 anni ho detto basta e ho deciso di andarmene di casa». Il Tribunale di Milano assegna Loris alla comunità di don Claudio. E qui Loris inizia a guardarsi dentro, a riflettere: «Non sapevo niente di me, non sapevo chi ero, non avevo mai vissuto per me stesso. Guardarmi dentro è stato all’inizio un peso esagerato: avevo chiuso con la scuola e quasi non mi alzavo dal letto. Ma anche nel mio caso, toccato il fondo, la “crisi vera” come dice don Claudio, ho ripreso a studiare. Facendo uno stage in una scuola elementare ho scoperto che insegnare mi piaceva tantissimo: è stato questo è il mio vero rapimento. Il dolore ti fa riflettere, ti fa capire le cose. Oggi penso che a nessun bambino deve essere tolta l’infanzia: avevo un fratello di 4 anni di meno e non gli ho permesso di perderla, come era successo a me. Ho preferito sacrificare un po’ della mia per lui».

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