L'Argonauta

15 Gennaio Gen 2017 1849 15 gennaio 2017

Šostakovič e Grossman: l’arte infelice di sopravvivere al destino

  • ...

L’attesa sul pianerottolo, il rumore dell’ascensore che sale lentamente i piani, lo sbattere da basso di una porta, il silenzio della notte che inghiotte tutto: sono anche questi i “rumori del tempo” come li definisce Julian Barnes nel suo ultimo romanzo-biografia sul compositore russo Dmitrij Šostakovič (Il rumore del tempo, Einaudi 2016, titolo che richiama un testo in prosa del poeta Osip Mandel’stam del 1923 che scriveva: «tra me e la mia epoca si apre un abisso, un baratro riempito dal tempo che rumoreggia»). Un racconto in tre atti, tre appuntamenti mancati con il proprio destino o, meglio, con il Potere che decide del destino degli altri. Il Potere, rigorosamente maiuscolo, è quello staliniano e dell’inizio della nuova fase, revisionista ante litteram, di Chruščёv che denuncia il periodo precedente come «culto della personalità». Come sopravvivere a questo Potere? Biologicamente o anche eticamente? Su questo auto-interrogativo si dipana il racconto che procede in modo sincopato, a frammenti di memoria intercalati da brevi considerazioni che illuminano il presente come aforismi. La risposta è nella vita stessa di Dmitrij Šostakovič: un po’ per caso, un po’ per l’improbabile incrociarsi di circostanze favorevoli, l’appuntamento del compositore di San Pietroburgo con il suo destino, sul pianerottolo o negli uffici del KGB (la Grande casa a Leningrado), è sempre rimandato. Šostakovič sopravvive al Potere, molto meno a se stesso.

Julian Barnes

Nell’ultimo atto del romanzo, siamo ormai verso la fine della vita in cui è possibile un bilancio ragionato dell’esistenza trascorsa, il compositore scopre che questa sopravvivenza è in realtà l’ultima e più terribile punizione o vendetta del Potere nei suo confronti: la condanna alla propria inadeguatezza morale, ai continui, inevitabili compromessi, perché «essere un vigliacco non è facile. Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante (…) Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Mai un po’ di riposo». E poi, dinanzi al Potere, qual è la scelta giusta? Opposizione, resistenza, mimetizzazione? Chi si era opposto aveva pagato un prezzo che non riguardava soltanto lui: «quegli eroi, quei martiri […] non morivano da soli. Molti intorno a loro sarebbero caduti in conseguenza del loro eroismo […]. D’altro canto, la logica ferrea del sistema funzionava anche in senso inverso. Salvando te stesso, potevi salvare chi ti stava intorno, le persone che amavi. E poiché avresti fatto qualsiasi cosa al mondo per salvare chi amavi, facevi qualsiasi cosa al mondo per salvare te stesso. E poiché la scelta non esisteva, non c’era neppure speranza di evitare l’abiezione morale».

Chiosa Barnes: «Anziché ucciderlo, gli avevano concesso di vivere e, così facendo, erano riusciti a ucciderlo. Ecco l’estrema irrefutabile ironia della sua vita: che lo avessero ucciso, permettendogli di vivere». Allora, paradossalmente, il vero eroe è chi ha la fortuna di uscire di scena al momento giusto, come il padre del compositore, Dmitrij Boleslavovič, «un uomo che non visse abbastanza a lungo per poter deludere gli altri né da lasciarsi deludere dalla vita».

Uno stesso destino accomuna il vigliacco e l’eroe, a cui il Potere non sottrae la vita per intero, ma si limita a rubargliene una parte, la più preziosa. Viene in mente un personaggio indimenticabile della letteratura russa del Novecento, quell’Ivan Grigor’evic, Vanja, di Tutto scorre, opera incompiuta di Vasilij Grossman (era morto di cancro nel 1964 senza aver potuto pubblicare il libro: ora la produzione di Grossman è stata ripubblicata quasi per intero da Adelphi). Ivan Grigor’evic ritorna dai lager staliniani dopo trent’anni nel 1954, quindi a ridosso della morte di Stalin avvenuta l’anno precedente, e non riconosce più nulla della sua vita preesistente: le persone, come il cugino arrivista Nikolaj Andreevic, sono cambiate, irriconoscibili. Ma cambiati sono anche i luoghi, le case e le vie della giovinezza a Leningrado. Il potere politico ha coadiuvato il potere del tempo (tema centrale anche in Barnes) e il protagonista si trova all’improvviso senza una propria storia, condannato a vivere in un eterno, fluttuante presente.

Vasilij Grossman

E anche quando ritrova l’amore in una kolchoziana provata come lui dalla vita, Anna Sergeevna, lei muore di cancro (come di lì a poco l’autore) e a Vanja non resta che rifugiarsi nell’infanzia mitica della sua terra, all’ombra “della verde montagna” dove si trovava la casa di famiglia sui pendii del mar Nero. Qui, vede scorrere l’intera sua vita e quella degli altri, senza provare malanimo e odio: anche coloro che lo avevano tradito, denunciato, emarginato, ebbene «tutti costoro, nella loro pusillanimità, rozzezza, cattiveria non avevano fatto il male perché volessero fare del male proprio a lui. Costoro avevano tradito, diffamato, rinnegato perché altrimenti non sopravvivevi, eri perduto; e tuttavia erano pur sempre degli uomini (…) Quegli uomini non volevano il male di nessuno, eppure avevano fatto del male durante tutta la loro vita». Nessun uomo, è l’essenza tragica del totalitarismo, può discolparsi - come Giobbe - di fronte al male subito. Non ci sono innocenti, non ci sono facili e illusorie auto-assoluzioni. Il male ha contaminato tutto, ha inquinato ogni purezza. Eppure, anche i carnefici «avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili di loro l’avevano custodita nelle loro orrende deformi, ma pur sempre umane anime». E Vanja stesso, che è in definitiva un alter ego dell’autore, posto di fronte al suo fallimento, al non «aver portato a compimento nulla» può salvare solo la sua stessa umanità, scampata ad altissimo prezzo agli artigli della Storia: anch’egli «era rimasto ciò che era fin dalla nascita – un uomo».

Correlati