L'Argonauta

20 Marzo Mar 2017 1047 20 marzo 2017

Michon e Robinson: la perfetta solitudine delle opere prime

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Pierre Michon e Marylinne Robinson non hanno molto in comune, appartengono a universi culturali e geografici lontani. Eppure, complice la strana cronologia del mercato editoriale, sono da poco uscite in Italia, quasi in contemporanea, le loro due opere prime, entrambe di non comune qualità letteraria. Parliamo di Vite minuscole di Pierre Michon (Adelphi Edizioni, nella traduzione di Leopoldo Carra) e Le cure domestiche di Marylinne Robinson (Einaudi con traduzione di Delfina Vezzoli). Entrambe scritte negli anni ’80 - nel 1980 il libro della Robinson, quattro anni dopo quello di Michon - rappresentano l’avverarsi di quella sorta di miracolo che ci regala opere subito perfette e nelle quali è interamente presente la poetica dell’autore, i suoi contenuti privilegiati, il particolare modo di fare scrittura. Opere in cui, com’era stato per I Buddenbrook di Thomas Mann o Gli indifferenti di Alberto Moravia, c’è quel qualcosa di unico e originale (nel senso di origine della scrittura) che rende le opere successive un divagare o ritornare su quelle intuizioni che nell’opera prima avevano assunto una pregnanza irripetibile.

Pierre Michon

Si tratta di due opere prime certamente elaborate e meditate: il libro di Michon ha una genesi di quasi diciotto anni e viene pubblicato quando l’autore, nato nella cuore della Francia rurale, nel dipartimento della Creuse, ne ha appena compiuti trentanove, indirizzando finalmente la sua vita a un obiettivo e una professione stabili (ammetterà lui stesso che, se il libro non avesse avuto successo, lo avrebbe aspettato un destino da clochard). Allo stesso modo la produzione letteraria di Marylinne Robinson inizia a trentasette anni quando l’autrice, nata a Sandpoint nell’Idaho, si è già affermata in una brillante carriera accademica nello Iowa.

Sono vite minuscole le protagoniste di entrambe le opere, personaggi di confine, come i territori a cui appartengono, in perenne disaccordo con il loro spazio sociale. La dignità della loro vita è nelle parole, nel racconto: questa è la dimensione evocativa e taumaturgica del romanzo. Il libro di Michon è una galleria di personaggi, a cavallo tra autobiografia e un realismo sociale commosso e partecipato, figure di “ultimi” che hanno cercato nella vita un riscatto senza alla fine ottenerlo. Come Antoine Peluchet, il figlio che “portò lontano il suo nome e là lo perse” cercando fortuna in America. La sua breve storia si risolve nella disillusione del padre, che lo credeva ormai affermato nel suo destino di migrante di successo, e a cui viene riferito, nel chiacchiericcio di un’osteria, che il figlio era stato visto poco lontano da lì, in catene, in attesa di essere deportato all’Ile de Ré. O come Antoine Bandy, prete e teologo di brillanti speranze, sulla cui lingua “le sillabe si moltiplicavano, le parole schioccavano come fruste che intimassero al mondo di arrendersi al Verbo”, anche lui sprofondato nella miseria e nella disillusione, ma proprio in questa regressione umana e vocazionale capace di ritrovare un’umanità forse più autentica: «aveva imparato che esistevano altre creature; (…) quando aveva smesso di essere un prete bello(…) aveva chiamato a sé gli altri, i disgraziati, quelli che non hanno più parole, ben poca anima e neppure carne, e che tanto più, si dice, la Grazia può toccare, con una miracolosa deviazione».

Marylinne Robinson

Il libro della Robinson è centrato su pochi personaggi, anch’essi vite minuscole, storie senza storia. Siamo a Fingerbone, un piccolo paese di montagna del Mid West, ai bordi un lago dalle cui acque sembrano affiorare e sprofondare le vite: come il nonno capostazione dell’io narrante Ruth, morto nel treno deragliato nel lago, o Helen, la mamma, finita anch’essa, per fatalità o destino, nelle acque di un altro lago o, ancora, la zia Sylvie che il lago lo attraversa con Ruth in una pericolosa avventura notturna che le attira i sospetti e il malanimo del paese. E’ l’acqua la vera matrice delle cose, quella che sommerge Fingerbone nell’alluvione o che, in forma di neve, seppellisce nel suo grembo gelido intere famiglie nelle montagne. In questo contesto i personaggi sembrano a volte quasi accessori: semplici oggettivazioni di una vita che dalle acque emerge (gli echi biblici sono numerosi nel romanzo) e in esse ritorna, compiendo semplicemente il suo ciclo.

Ma l’acqua ha anche un’altra valenza, così come l’oscurità, altra simbologia cara alla Robinson: non ha forma o, meglio, è lo stadio precedente al suo definirsi in una forma. I protagonisti del romanzo hanno una vita al di fuori delle leggi e delle consuetudini sociali, in una specie di entropia, di disordine voluto e cercato (ecco le cure domestiche del titolo, traduzione libera dall’inglese Housekeeping). Così è Ruth, che la sorella Lucille vorrebbe recuperare dalla sua deriva nella marginalità: “come se potesse supplire alla volontà che a me mancava, per costringermi dentro una forma decente e trascinarmi oltre le frontiere che immettevano in quell’altro mondo, dove mi pareva che non avrei mai potuto desiderare di entrare”.

Questa “forma decente” è quella che i protagonisti del racconto della Robinson rifiutano (ma in fondo questo vale anche per alcuni personaggi di Michon), preferendo rimanere, come evoca una delle tante bellissime immagini del libro, “come le piccole distese di lillà e iris dimenticati, come il silenzio delle rotaie sotto la luce del sole”.

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