L'Argonauta

4 Aprile Apr 2017 1414 04 aprile 2017

L’America di Briasco non è più quella di Vittorini

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Americana di Luca Briasco (edizioni minimum fax) è un bel libro: fa parte di quel genere di opere a cavallo tra il giornalismo e la critica letteraria, dove quest’ultima è però derubricata dai canoni verbosi e autoreferenziali consueti a vantaggio della chiarezza e della fruibilità del lettore. Americanista, traduttore, collaboratore delle pagine culturali de Il Manifesto, Briasco ha disegnato un percorso di lettura della narrativa americana contemporanea basato sull’analisi di 40 opere di autori diversi: dai postmoderni Pynchon e De Lillo al “nuovo canone” dei più recenti Chabon, Franzen e Eugenides. All’interno di questi riferimenti c’è la varietà e ricchezza di una letteratura che tocca generi e poetiche diversissime, passando dalla letteratura di genere (crime e fantascienza) al realismo, dal minimalismo alla scrittura “alta” di autori cult come Wallace o Philip Roth.

Luca Briasco

Con Briasco abbiamo fatto una intervista all’incontrario, partendo da quello che nel libro non c’è o che è appena accennato. Cominciando dai modelli: ci si aspetterebbe almeno qualche citazione di autori in Italia mitologici come Salinger o Kerouac, di poco precedenti la fioritura del postmoderno. E’ invece nulla.

«E’ vero, non sono mai citati. Ma il fatto è che, a differenza della considerazione fascinosa che ne abbiamo in Italia, questo autori, pur importantissimi negli anni ’50 e ’60, non sembrano aver influenzato più di tanto gli autori della generazione successiva da cui muove il libro e che, in effetti, non li citano praticamente mai. Noi italiani tendiamo a vedere la letteratura americana come espressione di vitalismo, come modello di libertà – si pensi a Pavese e Vittorini, così ci affasciniamo di autori che in America non sono sempre così centrali».

In Italia la letteratura americana, per il lettore medio, si identifica spesso con quella di genere, in particolare poliziesco (crime o noir), a cui Briasco dedica solo tre schede su Thompson, Ellroy e Stephen King. «Thompson e Ellroy, insieme forse a Winslow, sono gli unici a raggiungere una posizione solida e riconosciuta nella sfera letteraria. In realtà, nella letteratura di genere, più ancora del crime è la fantascienza ad aver contaminato la letteratura alta, basti pensare a Pynchon De Lillo».

E veniamo ai grandi autori. Nella sezione introduttiva di Americana, Briasco si sofferma su quelli che sembrano incarnare – più di altri – lo spirito del tempo: Gaddis, De Lillo, Wallace, Chabon e Franzen, quest’ultimo in una interessante contrapposizione a Gaddis, da lui considerato nel suo saggio Mr.Difficult del 2002, uno status author, lo scrittore che dalla sua torre eburnea disdegna ogni compromesso con il lettore. Franzen contrappone il modello del contract author, l’alfiere di una narrativa orientata al suo pubblico e attenta alla dimensione sociale e comunicativa.

Jonathan Franzen

«La svolta ha luogo dopo quell’opera straordinaria che sono Le correzioni con il suo incredibile incipit. In una famosa intervista a Donald Antrim, Franzen racconta di aver capito davvero chi erano i suoi lettori nel tour di interviste che ha fatto seguito alla pubblicazione di Le correzioni. Nasce così Libertà, che segna un nuovo approccio più partecipativo, ma che in fondo è in linea con il modello americano: io so che cosa vuole il lettore e glielo dò. Il risultato è un prodotto medio, leggibile e scorrevole, con un linguaggio di grado zero. Non nascondo che questa svolta abbia suscitato in me qualche perplessità, anche se posso riconoscere a Franzen una dose di sincerità nel tentativo di superare la solitudine dello scrittore e il suo tentativo di muoversi alla ricerca di un pubblico. Tema, del resto, già avvertito da Wallace che in una intervista a Whiskey Island del 1993 affermava: “credo che tutta la scrittura di qualità affronti, in un modo o nell’altro il problema della solitudine, come antidoto a essa” e aggiungeva: “nella narrativa esiste una modalità che ti consente di raggiungere con il mondo, con una mente e con dei personaggi un livello di intimità che, nella vita di tutti i giorni, sarebbe fuori dalla tua portata”». sezione di Americana è dedicata al nuovo realismo e alla letteratura al femminile.

«Che in realtà coincidono» osserva Briasco. «Il romanzo domestico, famigliare, con una forte introspezione psicologica dei personaggi, è soprattutto femminile e collocato in quella dimensione particolare della provincia americana, lontano dalle grandi città. Si pensi alla Robinson o a Elizabeth Strout. E’ vero che, ad esempio, Philip Roth fa con Pastorale americana un romanzo famigliare, ma è un’operazione calcolata, funzionale a una lettura dei grandi eventi della storia, in questo caso la contestazione americana degli anni Sessanta. Nelle scrittrici donne questa dimensione sociale e politica non è una presenza costante e centrale. La famiglia è un microcosmo che si auto-commenta».

Marylinne Robinson

Chiedo a Briasco, a questo proposito, la sua impressione su due romanzi recentemente pubblicati in Italia: Le cure domestiche (Einaudi) e Le nostre anime di notte (NN editore), l’ultimo libro scritto poco prima della morte da Kent Haruf. Le cure domestiche in America è un testo fondamentale, letto e commentato nelle università, opera di una qualità che la più recente e celebrata trilogia di Gilead non sembra raggiungere. «Sono d’accordo», conferma. «E’ un libro straordinario per la compresenza di piani simbolici che lo elevano dalla dimensione di semplice racconto famigliare. Il romanzo di Kent Haruf è commovente e poetico, soprattutto nei dialoghi della prima parte. Certo, si nota una mancanza di revisione finale, dovuta alla malattia, che lo rende strutturalmente incompleto rispetto ai capolavori Canto della pianura e Benedizione».

Luca Briasco ha da qualche mese lasciato Einaudi Stile Libero, per abbracciare il progetto di minimum fax, dove è editor per la narrativa straniera. In una recente presentazione a Milano della nuova linea grafica dell’editore, aveva anticipato alcune importanti novità già al Salone del libro di Torino. «Non posso ancora dire nulla, ma dovremmo chiudere a breve alcune acquisizioni. Il mio obiettivo è cambiare la prospettiva in Italia sulla letteratura americana, andando a cercare nell’America cosiddetta minore, quella rurale e del Sud, pochissimo conosciuta e tradotta, quella rurale, del profondo Sud».

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