L'Argonauta

2 Maggio Mag 2017 1136 02 maggio 2017

Clemens Meyer e la letteratura tedesca ai tempi della Wende

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«Come accade la vita?», si chiedeva Christa Wolf nell’incipit di In un giorno all’anno (2003), «… è identica al tempo che passa ineluttabilmente e tuttavia misteriosamente? (…) A un certo punto, tutti questi giorni si trasformano in tempo vissuto. In destino, nel migliore o nel peggiore dei casi. Comunque in un percorso di vita». La risposta di Clemens Meyer, lo scrittore di Halle tra i protagonisti della generazione post Wende (la “svolta” determinata dalla caduta del muro di Berlino) a Christa Wolf è una conferma: i ragazzi di Eravamo dei grandissimi, il romanzo uscito nel 2006 e solo recentemente pubblicato in Italia dall’editore Keller nella bella traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero, sono la dimostrazione quasi cartesiana di come ogni percorso di vita possa acquistare un senso senza necessariamente seguire i canoni del Bildungsroman, richiamato, a mio avviso con troppa fretta, da alcuni recensori. In altre parole non c’è necessariamente nelle storie individuali un percorso evolutivo che porti da una incompiutezza all’acquisizione di un senso nella maturità e nel rapporto con la società.

Clemens Meyer

Il romanzo di Meyer, che racconta con crudezza la vita turbolenta e violenta di bande di adolescenti di Lipsia a cavallo della caduta del muro, proprio per questo motivo rinuncia a una linearità cronologica: i capitoli sono tanti racconti giustapposti senza una direttrice esplicita di senso e di tempo. Si passa dall’ultimo periodo comunista con un accenno al sistema educativo della DDR (i Pionieri) alla degradazione sociale del primo periodo post-comunista negli anni ’90, ma ogni storia è indipendente e in qualche modo autosussistente: sono frammenti di vita che acquistano significato in quanto tali, sia perché quanto succede ai ragazzi è qualcosa per loro di «grandissimo» (richiamando il titolo italiano che a sua volta riprende un’esclamazione dei ragazzi nel libro), sia perché permane l’ottimismo, non della ragione, ma del sogno (Als wir träumten, quando noi sognavamo, è il titolo originale in tedesco), che si fonda sulla speranza di un’acquisizione positiva che è sempre in procinto di accadere e però non accade. Se manca un’idea di Bildung, manca anche nel libro di Meyer una dimensione storica. L’evento centrale, che scandisce il prima e il dopo della Wende, la caduta del muro, non è mai citato: la storia siamo noi, per dirla con De Gregori; la storia la fanno quei ragazzi che vivono il loro tempo come un assoluto, senza cercare un senso in un altrove, anche geografico, la scandisce la data di nascita dell’io narrante, Daniel Lenz, che rimane nel romanzo l’unica indicazione cronologica esplicita, perché la macro-storia è ora la storia di Daniel e dei suoi amici, e lì tutto si risolve.

«E’ proprio la storia che questi ragazzi non comprendono», osserva Fabrizio Cambi, germanista e traduttore di autori acclamati come Ingo Schulze e Christoph Hein. «Sono figli del disorientamento che fa seguito alla caduta del muro, loro, come i loro genitori, emarginati e alcolisti. Abitano una terra di nessuno. Quando, nel libro, Daniel e suoi amici si ritrovano casualmente in una manifestazione alla Nikolaikirche a Lipsia senza capire quello che sta succedendo prendono per sfilare un vessillo della pace e della fratellanza. Forse ha ragione Günter Grass: la riunificazione fu un processo tanto desiderato, ma troppo rapido». Questo effetto di spaesamento, di «non luogo» è un Leitmotiv di molti scrittori dell’est Europa nella fase di transizione da un regime chiuso e autoreferenziale come quello comunista all’approdo incerto e alla fine deludente al sistema capitalista, che si conclude spesso in un rifiuto del nuovo e in un ripiegamento nostalgico sul passato: la Ostalgie, la nostalgia della DDR, i cui echi sono giunti fino a noi e che ha il corrispettivo, pur con toni e accenti diversi, in opere di scrittori contemporanei come il Nobel Svetlana Aleksievič o il naturalizzato romeno Vasile Emu.

Fabrizio Cambi

«Però con Meyer siamo in qualche modo oltre il trauma della Wende» precisa Cambi. «Il 2006, l’anno in cui Meyer scrive quello che è anche il suo romanzo d’esordio, vede anche l’uscita di un’opera fondamentale come Vite nuove di Ingo Schulze, che adotta la forma desueta dell’epistolario, ma lo fa quasi per suggellare, pur con i travagli e le cicatrici che ha lasciato, la fine di un’epoca considerata chiusa. E già prima di lui, e in particolare da parte di alcuni autori di riferimento della DDR come Erich Loest e Hermann Kant , si era scelta l’autobiografia come metodo per capire quello che era successo e rispondere allo sgomento che l’apertura degli archivi della Stasi e la rivelazione di essere stati anch’essi spiati avevano procurato».

La generazione successiva, quella degli scrittori degli anni ’80 e ’90 - Schulze è del 1962, Meyer del 1977 - batte in effetti nuove strade e ha un respiro più universale. Com’è il caso delle tedesche di adozione, Natasha Wodin e Olga Grjasnowa. La prima, con Sie kam aus Mariupol, veniva da Mariupol - premio della Fiera del libro di Lipsia 2017 - racconta autobiograficamente della famiglia deportata ai lavori forzati in Germania dall’Ucraina. La seconda, azera di origine, ha da poco pubblicato, anch’esso non ancora tradotto in italiano, Gott ist nicht schüchtern, Dio non è timido, in cui riemerge straniante e sofferto il dramma della condizione dei migranti nella Siria della rivoluzione araba. Altre cicatrici, nuove traiettorie della Storia.

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