L'Argonauta

9 Maggio Mag 2017 1004 09 maggio 2017

Una partita a ping pong con Arno Camenisch

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Il ping pong può essere una metafora della vita, anche in letteratura. Tu butti la pallina dall’altra parte e non sai mai dove ti ritorna: anzi, più l’avversario è bravo, meno facile è prevederlo. L’ultimo romanzo dello scrittore svizzero Arno Camenisch, La cura (edizioni Keller nella traduzione di Roberta Gado) è in sostanza questo, tra due protagonisti senza nome: una coppia di anziani da poco pensionati, che si ritrova per una vacanza premio in un albergo di lusso nell’Engadina (dalla copertina si intravede il Waldhaus Hotel di Sils Maria, buen retiro di letterati e filosofi, tra cui Nietzsche).

Arno Camenisch

Il libro racconta in 47 sequenze-dialogo il rapporto tra due opposti: una donna sognatrice e romantica, con un bagaglio ancora pieno di desideri irrealizzati, e un uomo pessimista e disilluso, che non cerca ormai altro che la quiete e la sicurezza della sua casa al paese. E la magia si sprigiona dalle prime pagine per la strana alchimia che porta le due figure a coesistere ed amarsi nella loro radicale e talora comica diversità. Forse la maturità è anche questa capacità di conciliare le differenze nella consapevole accettazione dei limiti propri e altrui. Il racconto, sotto questo aspetto, ha una curiosa assonanza con l’ultimo libro dello scrittore americano Kent Haruf, Le nostre anime di notte, da poco pubblicato da NN, che però Camenisch dice di non conoscere.

Ogni romanzo dello scrittore svizzero è una stanza chiusa dove i personaggi interagiscono senza contaminazioni dall’esterno. In Sez Ner era la baita alpina, in Dietro la stazione un piccolo paese dei Grigioni che ricorda Tavanasa, dove l’autore è nato e ha trascorso l’infanzia, in L’ultima sera è l’hotel Helvezia alla vigilia della sua definitiva chiusura. Il perimetro determina un microcosmo che è la sola possibilità di raccontare il reale. «Nel piccolo trovi il grande» conferma Camenisch. «Così l’hotel, arroccato sulla collina in La cura, è come la Queen Mary vagheggiata dalla protagonista e il bosco circostante sembra grande come il mare».

Waldhaus Hotel

Per raccontare un microcosmo serve un linguaggio preciso, nel quale ogni parola ha esattamente il peso e la pregnanza di quello che vuole significare. «Se leggo un libro mi piace poter entrare in quel mondo» spiega Camenisch. «Per questo i dettagli sono importantissimi. Il linguaggio è come un whisky distillato: il lavoro di scrittura è un processo di essenzialità e semplificazione, come le figure filiformi del mio conterraneo Giacometti. Sono convinto che per scrivere un libro siano più che sufficienti cento pagine».

La lingua di Camenisch è spesso un pastiche di espressioni e interiezioni da più lingue: il romancio, la lingua della sua infanzia, ma anche il francese o l’italiano, con un effetto alle volte straniante anche per un madrelingua tedesco. Una scelta che non deriva da sperimentalismo neo-avanguardista, ma piuttosto dalla ricerca di un’aderenza assoluta al reale: «Mi interessa come si esprime la gente» spiega, «è questione di autenticità e sincerità. A Tavanasa c’era la signora che parlava sempre in francese, poi c’era il tedesco e, naturalmente il romancio». «Un linguaggio difficile da rendere in italiano» mi conferma la traduttrice Roberta Gado, «che richiede frequenti dislocazioni di termini per rispecchiare la ricchezza lessicale dell’originale. Ed è stato per me importante partire dalle immagini e ritradurle in parole».

Chiedo a Camenisch, a proposito dei due anziani protagonisti de La cura, il motivo di questa attenzione alla maturità. «Mi attira magicamente il momento della fine. Come ne L’ultima sera c’era la vigilia della chiusura di un grande hotel e del mondo che rappresentava, così nei dialoghi dei due protagonisti si dipana il racconto di tutta loro vita, colta nel momento di forse maggiore verità: la fine è il momento più opportuno per raccontare e raccontarsi, come fanno i due personaggi, l’esistenza che si è vissuta».

Gli domando ancora dei suoi modelli letterari, se ce ne sono. Scuote la testa: «Mi hanno ispirato forse di più i film di registi come Almodovar e Kaurismäki, oppure Forrest Gump che mi guardavo due o tre volte di fila quando ero un ragazzo». E a Tavanasa ci torni mai? «Sì ogni tanto. È il mondo che conosci: per conoscere il mondo bisogno che sia piccolo. Nella mia infanzia ero sempre fuori casa e le porte erano ovunque aperte, così che se volevi passare a trovare qualcuno potevi farlo. Sono praticamente cresciuto nell’hotel di mia zia, quello che rievoco in L’ultima sera. Immagina un paese in cui non si vede il sole per tre mesi. Forse per questo l’unico sole è nei bicchieri della birra».

Le domande sono esaurite, altre sarebbero superflue. È stata, in fondo, anche questa una partita a ping pong con tante palline rimaste a terra.

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