L'Argonauta

31 Maggio Mag 2017 1518 31 maggio 2017

Christoph Hein: siamo tutti figli del passato e della storia

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E’ un dialogo ininterrotto quello di Christoph Hein con la storia. Scrittore di successo sia nella Germania Democratica comunista in cui ha vissuto quasi tutta la sua vita dopo l’abbandono della Slesia in cui era nato, sia all’Ovest, grazie soprattutto al romanzo d’esordio del 1982, L’amico estraneo, che lo consacra a livello internazionale. Hein indaga in quasi tutti i suoi romanzi il rapporto tra i personaggi e la presenza ineludibile e schiacciante della storia: così, nell’ultima opera da poco pubblicata in italiano da e/o, Il figlio della fortuna, nella traduzione di Monica Pesetti, troviamo il racconto di un’esistenza in fuga da un’insostenibile “eredità” paterna, quella di Konstantin Boggosch, nato Müller, figlio di un Brigadeführer delle SS e criminale nazista, condannato all’impiccagione in Polonia perché colpevole di eccidi in Ucraina e in Polonia e per aver pianificato, proprio accanto alla Industrie Vulcano di cui era il proprietario, un lager per prigionieri di guerra.

Christoph Hein

Siamo nel maggio 1945, in un paese anonimo di provincia di quella che, di lì a poco, diventa la Repubblica Democratica Tedesca a presidio sovietico. Il “figlio della fortuna”, titolo del libro, è proprio Konstantin prossimo a nascere in quel terribile anno di fine guerra e che assicura alla madre un gesto di benevolenza da parte del soldato tedesco che l’avrebbe diversamente fatta incarcerare come moglie di un criminale di guerra. Ma la fortuna è momentanea, un trompe l’oeil narrativo: in realtà la figura del padre condiziona negli anni che seguono l’esistenza di tutta la famiglia, privando i figli del gerarca nazista della dignità di un lavoro dignitoso e di un futuro, innescando quel meccanismo della «fuga» - dal proprio destino, dalla storia - che è caratteristico di molti personaggi di Hein. Quando il romanzo si apre, molto più tardi, nel 2011, la fuga è ancora sottaciuta: Konstantin non ha mai raccontato alla moglie Marianne del suo ingombrante genitore. E’ solo l’arrivo fortuito di una lettera che denuncia mancati versamenti previdenziali a carico del padre che spalanca a Marianne il mistero dischiuso nel passato di Konstantin. E qui inizia il lungo monologo-racconto a ritroso, l’autoconfessione di quella fuga dal padre che è stata la sua vita (“C’è qualcosa che non mi dici. Qualcosa da cui scappi. Da cui stai fuggendo da tutta la vita”).

Ufficiali delle SS al campo di Belzec, 1942

Ma anche qui dobbiamo fare attenzione ai piani simbolici: perché la fuga dal passato è anche ricerca di un senso, di un significato, è la condizione stessa del vivere che non può esimere mai dal fare i conti con la realtà. Per Christoph Hein, marxista non dissidente, ma certamente critico e coerente con le sue convinzioni ideologiche – a differenza dei vari Dupond, come sono chiamati nel libro i cambia-casacca, pronti e repentini nello sfilarsi una divisa e indossarne un’altra – l’individuo è nella storia e la storia, con le sue strutture sociali, le sue convenzioni e omologazioni culturali, determina l’individuo. Non la si può ignorare. Anzi, solo sottraendosi ad essa e imboccando quel percorso irrazionale e imprevedibile che è la vita stessa, cercando nelle sue geometrie variabili il perimetro di una propria identità, è possibile recuperare anche un senso che è innanzi tutto riappropriazione di se stessi.

Christoph Hein era a Torino al Salone del Libro per presentare la traduzione italiana, appunto, de Il figlio della fortuna e la sua nuova fatica, non ancora tradotta in italiano, Trutz, romanzo anch’esso greve di memorie storiche e fantasmi del passato. Oggi Christoph Hein è un signore allampanato e gentile, con folti capelli bianchi e un bel paio di baffi brizzolati quasi a coprire la bocca, da cui le parole escono lente, meditate e, come spesso negli autori tedeschi, puntuali e precise. Mi incuriosisce di questo libro, è la prima cosa che gli chiedo, il ritornare oggi, in un mondo globalizzato e che vive tensioni e tragedie di tutt’altro genere, sul tema del nazismo, quasi che la storia non si potesse dimenticare e che gli ottant’anni che ci separano dal suo epilogo fossero passati invano.

«Le ragioni sono mie personali» mi risponde. «E’ il mio modo di lavorare. Conoscevo una coppia a Berlino Ovest e solo dopo 10 anni fa la moglie mi ha confessato che il padre di suo marito era un nazista criminale di guerra. Ero un amico sincero di quest’uomo eppure fino ad oggi non è riuscito mai a parlarne. E, a causa di questo padre, non ha voluto avere figli perché pensava che il male continuasse. Per la colpa del padre anche lui si sentiva colpevole fino ad oggi. Questa storia mi ha occupato la mente per anni: tutti i tedeschi sono in un certo senso figli e nipoti di Hitler. E, in fondo, tutte le persone della mia generazione, in quanto tedesche, sono state considerate colpevoli».

Non c’è quindi modo per interrompere questa catena della colpa? «Per le nuove generazioni la colpa è in qualche modo indiretta, non sono loro i colpevoli, però il crimine in sé della Shoah non si dimenticherà per secoli. Sono tanti popoli che hanno dovuto subire genocidi, però gli ebrei ne sono diventati il simbolo, così come i tedeschi in quanto carnefici». Per lei c’è, quindi, un rapporto diretto tra storia e letteratura?

«La letteratura può fare molto, può diventare la memoria della storia. Sarebbe fatale una scarsa memoria, perché porterebbe a una “espulsione” della verità storica».

In Willenbrock, scritto nel 1999 al volgere del millennio, lei aveva affrontato il tema del disagio giovanile post-riunificazione, di cui ha scritto recentemente anche Clemens Meyer in Eravamo dei grandissimi. Che cosa ha significato davvero l’unificazione tedesca e qual è la prospettiva con cui la si è guardata dall’Est e dall’Ovest? «I tedeschi dell’Est hanno vissuto per 40 anni di nostalgia (Sehnsucht, ndr) vagheggiando la riunificazione con l’Ovest, mentre in Germania Ovest si dava per persa la nostra parte del paese. Forse i tedeschi dell’Ovest sognavano allora piuttosto la riunificazione con l’isola di Maiorca...»

La Germania attuale è un caso unico di ibridazione tra un sistema capitalista evoluto e un modello socialista in trasformazione. Che cosa manca per una reale riunificazione?

«Dopo il 1945 l’Est e l’Ovest si sono mossi lentamente in direzioni contrarie. Prima era una cultura unica. Questo significa che per completare il processo di riunificazione ci vorrà lo stesso tempo che ci ha visti per oltre quattro decenni divisi. Sì, ci vorrà tempo per crescere e ritrovarsi insieme. I tedeschi dell’Ovest volevano esportare il loro modello e non erano pronti o disposti a prendere qualcosa dalla Germania Est. Forse sarebbe più giusto parlare di annessione dell’Ovest. Come in un matrimonio sono state messe insieme una parte molto forte con una molto debole e il marito ricco ha deciso anche per la moglie povera. Molte cattedre universitarie nell’ Est sono state prese solo da studenti dell’Ovest».

Ma che cosa la interessa di più nel libro: denunciare i malesseri della storia o partire da questi per indagare i malesseri dell’individuo?

«Io sono un semplice cronista, che racconta storie che ha sentito e visto. Non è una denuncia la mia, ma un resoconto dettagliato. I miei personaggi hanno ruoli diversi, possono essere giudici o avvocati, io non li devo giudicare e nemmeno amare: il minimo che mi si richiede è il rispetto. Se succede che le mie storie diventino occasione di denuncia di certe situazioni, ne sono contento , ma non è il mio scopo: vorrei raccontare innanzitutto la storia delle persone della mia vita».

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