L'Argonauta

11 Luglio Lug 2017 1024 11 luglio 2017

Le vite innumerevoli di Vasile Igna

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Vasile Igna, scrittore romeno di Ardusat, nel Maramureş, terra di confine antica e selvaggia prossima all’Ucraina , è un personaggio insieme singolare ed emblematico. In primo luogo, perché è un poeta che, dopo alcune raccolte di poesia di successo nel suo Paese e meritati riconoscimenti, decide nel 2006, a 62 anni, di pubblicare il suo primo vero romanzo dopo il racconto lungo L’Ora dei mulini a vento del 1978: Andante (così il titolo anche in romeno, edizioni Rediviva nella traduzione di Davide Arrigoni). Un approdo dalla poesia alla narrativa non comune, scelto con lucida consapevolezza: «Per scrivere narrativa bisogna lasciarsi alle spalle l’anima e la sensibilità del poeta» spiega. «La prosa ha il vantaggio che permette di sondare meglio l’anima, la propria interiorità, anche se richiede più pazienza e fatica per arrivare in profondità. La narrativa è racconto della successione, della continuità, mentre la poesia è espressione dell’attimo. Arriva un momento in cui si accumulano nell’anima tante cose che devono essere dette».

Vasile Igna

Come altri scrittori romeni contemporanei, Vasile Igna è stato un esule nella sua carriera di diplomatico a Berna, Bucarest e Parigi. Ed un esule è anche il personaggio principale di Andante: il colonnello Sebastiano Opreanu che nella sua villa, luogo di fascino e mistero nel paese inesistente di Borna, racconta a due giovani in carriera, Petru Pavel, biologo e la fidanzata Rada, architetto, la sua avventurosa e inquieta esistenza, dalla fuga dalla Romania attraverso i Balcani, all’approdo a Parigi e alla Legione Straniera, fino al ricongiungimento con la donna amata Isabella in Spagna, dove nasce Christina, figlia infelice del loro amore perché morta giovane di leucemia. In tutto questo dipanarsi nel tempo di vicende e di storie, il vero protagonista non è neppure il colonnello Opreanu, ma il racconto o, meglio, il «raccontare», perché “non esiste nulla al di fuori del narrare: neppure le nostre vite”. Ma raccontare che cosa? Se stessi, ripercorrendo il clichè di un’ennesima autobiografia letteraria? No, l’operazione di Igna è più sottile: narrare è ripercorrere la vita propria o di altri reinventandola nella scrittura. E nella scrittura ricercandone a posteriori il senso e la bellezza, sempre oltre la verità oggettiva o storica, che nell’atto del vivere non erano emersi con pari chiarezza. In questa ricostruzione non c’è più una soggettività, il narrare è universale e comprende tutto.

Confessa Opreanu nel libro, mai come in questo caso alter ego dell’autore: «Magari penserete che tutto quello che racconto l’ho anche vissuto. Falso! Io ricordo, non costruisco una storia, né una biografia. La mia sincerità non ha a che fare quasi nulla con la verità, ma con il bello. Il racconto è parola, non vita, proprio come il narratore è una creatura di parole, non di carne. Dopo tutto siamo solo quello che possiamo raccontare. (…) E narrare non dà sollievo a nessuno, non porta la salvezza, ma ci offre una possibilità. E rafforza la nostra illusione di aver vissuto».

Quando gli chiedo quanto ci sia comunque di autobiografico nel libro, mi risponde: «E’ una domanda difficile. Ma anche le opere si scrivono in maniera difficile, con una gestazione lenta: ho lavorato 10 anni per questo libro, un libro sulla memoria, ma non direttamente autobiografico, perché il racconto parte da una storia che ho sentito. Forse la parte più autobiografica è l’esilio di Opreanu: ho vissuto tanto tempo accanto agli esuli a Parigi e Berna e ho conosciuto da vicino la loro situazione, il legame sotterraneo e incancellabile con la propria terra di origine. Andante racconta come una persona si costruisce sui propri ricordi e, avviandosi verso la morte, desidera fondersi con la terra del suo paese natio».

In effetti, il doppio sguardo di Opreanu/Igna è quello di un uomo approdato alla tarda maturità, in quell’anticamera indefinita dove si può guardare tanto indietro quanto avanti e, nel guardare avanti, si comincia a scorgere con nitore e chiarezza dietro l’assottigliarsi dei giorni la quinta ultima della morte.

L’esistenza diventa allora non un “vivere per la morte”, in senso heideggeriano, ma un ricostruire la vita a partire da essa, nell’estremo tentativo di recuperare i fili dispersi o casualmente intrecciati che la compongono per farne un qualcosa di coerente e di autentico, perché, ricorda con lucidità il personaggio Opreanu, “nessun avvenimento raccontato è importante, se non aiuta, quanto meno, a comprendere il modo in cui il nostro essere si avvia verso la fine”. E in questo continuo ri-attualizzare, la “memoria» gioca un ruolo decisivo, in quanto “lega fra loro gli istanti, gli episodi, gli avvenimenti della vita. Dà loro senso, coerenza, li sottrae all’anonimato e accorda loro il diritto di esistere autonomamente”.

Nicu Steinhardt

Alla fine dell’intervista, scopro che Igna, che ha lavorato per 25 anni alla casa editrice Dacia fino a diventarne direttore editoriale, ha conosciuto personalmente Nicu Steinhardt, brillante intellettuale ebreo finito in carcere per essersi opposto alla delazione cui volevano costringerlo i gendarmi della Securitate, la polizia segreta comunista, e, proprio in carcere, convertitosi al cristianesimo. «Abbiamo iniziato a frequentarci negli Settanta» ricorda Igna «dopo la liberazione di Steinhardt per effetto dell’amnistia voluta dal regime nel 1965. Aveva recensito due miei libri di poesia e un giorno venne per consegnarmi il manoscritto di un’opera scritta sui propri ricordi, tra il 1965 e il 1970, Il diario della felicità. Purtroppo non è stato possibile allora pubblicarla, anzi la prima versione autografa è stata requisita dal regime e Steinhardt ha dovuto riscriverla da capo. Soltanto nel 1994 abbiamo stampato le prime 60.000 copie e poi subito altre 50.000 in seconda edizione. Un libro unico, che io considero uno dei vertici della cultura romena del Novecento». L’opera è stata da poco ripubblicata in italiano sempre per le edizioni Rediviva.

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