L'Argonauta

18 Settembre Set 2017 1025 18 settembre 2017

George Saunders, l'ingegneria misteriosa della scrittura

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Come nasce un’opera artistica? Domanda spropositata, inopportuna, e che pure riemerge ogni volta che leggiamo un libro di un autore “diverso”. Uno di questi è certamente George Saunders, fino ad oggi un maestro del racconto (da ricordare, tra gli altri, Pastoralia, Il declino delle guerre civili americane, e il più recente Dieci dicembre), ora autore di un romanzo di grande successo, Lincoln nel Bardo, edito da Feltrinelli con la traduzione di Cristiana Mennella, che lo consacra tra i massimi scrittori americani contemporanei. La domanda viene spontanea sia perché la sua ultima opera è, ancora una volta, insolita nella forma e nei contenuti, sia perché è lui stesso a rifletterci e a scriverne in un intervento firmato su The Guardian, dove ha una rubrica. Ebbene, in un lungo articolo dal titolo “What writers really do when they write”, ripubblicato in italiano da Internazionale, Saunders nello scorso febbraio racconta proprio il “processo misterioso che porta un’idea sulla pagina”. E scrive: “Crediamo che l’arte sia avere un’idea precisa e poi realizzarla con sicurezza. Il vero processo, per la mia esperienza, è molto più misterioso e, se devo essere sincero, una rottura di palle”.

George Saunders (© David Crosby)

Partiamo allora dal prodotto finale. Lincoln nel Bardo è un originale collage di citazioni e dialoghi, nei quali si ricostruisce, tra frammenti biografici autentici e altri finzionali, la fase finale della malattia di Willie, il figlio terzogenito di Abramo Lincoln. A questi stralci di racconto storico si intercalano sequenze di dialoghi tra gli spiriti del Bardo, un oltretomba provvisorio di cui si parla nel Libro dei morti tibetano, che attende le anime dei defunti in attesa di proseguire il cammino verso la reincarnazione o la fine del ciclo delle rinascite nel Nirvana. In questo stato, le anime sono ancora legate alla terra, osservano e partecipano emotivamente a quello che avviene, ma senza consistenza e realtà, sono fantasmi. Il risultato, nel libro, è una commovente riflessione sul rapporto che lega i vivi con i morti, e sull’interazione misteriosa e calamitante che la rende possibile.

Questa, in sintesi, la narrazione, ma qual è il processo creativo che l’ha determinata, come ci si chiedeva all’inizio? La domanda la giro a Saunders, che incontro a Milano nella nuova sede milanese della Feltrinelli. «In primo luogo serve un’idea, un concetto» esordisce. «Ad esempio tu guardi per anni quel balcone di fronte a noi, senza farci caso, e un giorno cominci a chiederti come sarà la vita oltre quella porta e formuli le tue ipotesi. Ecco, il processo creativo ha inizio. Anni fa, mi trovavo al Lincoln Memorial a Washington «e rimasi colpito dalla grande statua che raffigura Abramo Lincoln in posizione seduta. Il cugino di mia moglie comincia a raccontarmi del terzogenito di Lincoln, Willie, il più amato, perduto per una febbre tifoidea quando aveva solo 12 anni. Guardo ancora la statua e mi immagino che su quelle ginocchia di marmo ci dovrebbe essere il figlio morto, come nelle rappresentazioni della Pietà. Quest’immagine è rimasta in me per diversi anni, finché mi è ritornata alla mente e decido di lavorarci, ma non avevo idea di quello che ne sarebbe venuto fuori. Sono serviti quattro anni di lavoro per portare a termine il libro».

Qui tocchiamo il punto centrale del suo metodo di scrittura: l’opera letteraria non pone in gioco solo la creatività, l’immaginazione, l’elaborazione mentale e concettuale del soggetto narrativo. Saunders è un ingegnere geofisico, di studi e di lavoro, per alcuni anni precedenti il trasbordo alla scrittura. La narrativa è per lui un processo scientifico, oggettivo, quasi alchemico: versi in una fiala una sostanza e guardi cosa succede, poi ripeti l’operazione più volte e con altre sostanze. Il risultato finale è qualcosa di nuovo, inaspettato, eppure il processo che ha portato fin lì non è casuale. E’ in qualche misura necessario. Ricorda un po’ i giudizi sintetici a priori kantiani che non si limitano a dire quello che già sappiamo, né a dare un’informazione in più senza fondamento oggettivo se non l’esperienza stessa che li ha portati all’evidenza. In Saunders è l’attività dello scrivere – quindi in definitiva il lavoro accurato e preciso (gli aggettivi sono suoi) del suo autore - che crea conoscenza, perché ogni opera letteraria, veramente tale è un qualcosa di nuovo e non prevedibile, e, nello stesso tempo, di assolutamente vero, più reale della realtà stessa, non essendo inficiato dalle interferenze del soggetto.

Questo approccio presuppone un lavoro di editing lungo e alle volte noioso (“la rottura di palle” a cui accenna nell’articolo), che consiste in un procedere metodico e regolare, ogni giorno dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio, in un ostinato aggiustamento del testo che si confronta in ogni momento con le diverse possibili concatenazioni del racconto, fino a scegliere sempre quella che meno ci si aspetterebbe. «Nel mio articolo per The Guardian faccio il paragone con il giocoliere che lancia in aria dei birilli» continua Saunders. «Se questi cadono dove dovrebbero, nelle mani del giocoliere, il risultato è scontato. Se non cadono il lettore si annoia e se ne va. Ma se cadono altrove, allora tutto questo crea un effetto di sorpresa e, soprattutto, veicola un significato più profondo di quello che si riteneva inizialmente possibile. E non solo sorpresa rispetto alle aspettative degli altri, ma anche delle mie. Ecco, il lavoro dello scrittore è scegliere in quale modo, di volta in volta, i birilli devono cadere».

Gli chiedo ancora delle sue letture (non parlo di modelli, sarebbe ovviamente fuori luogo), quelle che gli hanno acceso la fiamma per la letteratura. «Ho cominciato da Mark Twain» risponde «ma poi ho scoperto Hemingway, la fascinazione dell’avventura e del colore».

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