L'Argonauta

6 Novembre Nov 2017 1308 06 novembre 2017

Cristofori: le parole che ti mettono a nudo

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Alberto Cristofori, milanese di sangue, di passione e di cultura, nella vita ha fatto un po’ di tutto nell’ambito di quella dimensione particolare che si chiama letteratura. Traduttore di romanzi dall’inglese, editor, curatore e redattore di libri scolastici, lettore per varie case editrici, oggi anche editore con l’iniziativa per bambini e ragazzi Albe Edizioni, ha esordito come scrittore a 52 anni con Ultimo viaggio di Odoardo Bevilacqua (2013) per poi pubblicare, a inizio 2017, un libro di racconti, Nudità, entrambe le opere edite da Bompiani.

Alberto Cristofori

Già nel titolo, Nudità denuncia l’intento programmatico. Si tratta di sei racconti, i primi cinque scritti quasi di getto e poi rimasti in un cassetto per anni, fino a che l’incontro con un testo breve di David Herbert Lawrence, Sole, ha fornito l’ispirazione al sesto racconto, con il quale si è chiusa l’opera. Sono storie di personaggi diversi, ma accomunati dalla medesima esperienza: l’incontro subitaneo e inatteso con la propria nudità, che appare in modo quasi epifanico nel corso di vicende serie o banali su cui si sofferma la narrazione. Può trattarsi dello smarrirsi in un bosco, del timore di essere toccati da una grave malattia, dell’ossessione per la propria sicurezza. Il tema lascia poi intuire uno sfondo profondo su cui si muove la narrazione: la nudità, evidente riferimento alla scoperta di Adamo ed Eva di essere nudi dopo il peccato originale, si cala in ogni racconto in un archetipo mitologico che lo colloca al di là di una dimensione puramente immanente. Emerge così quella che Cristofori chiama “dimensione metafisica”, cioè lo svelamento di una realtà ulteriore che si manifesta per rivelazione, appunto, in modo improvviso, cambiando il destino dei personaggi. Se questo sia anche uno dei compiti dello scrittore, è la prima cosa che gli chiedo.

«La domanda è corretta e ha a che vedere, secondo me, con l’utilità sociale della scrittura: a che cosa serve, ha una qualche utilità? O è puro intrattenimento? In quest’ultimo caso mi sembrerebbe davvero irrilevante – legittima, ma estranea alla dimensione artistica propriamente detta. Se vogliamo che l’arte (lo scrivere come il comporre, il dipingere ecc.) sia incisiva dobbiamo dimostrare che ha una sua utilità e io la intravedo sul piano della conoscenza: la letteratura deve porci dinanzi alle grandi domande, farci capire meglio chi siamo, avvicinarci a quella che Elsa Morante chiamava senza mezzi termini “la realtà”. C’è una verità profonda che ha a che fare con la vita e l’esperienza di ciascuno e che per me è la fonte di ispirazione, se vogliamo usare questa espressione così rischiosa. Col che non voglio dire che i miei siano racconti autobiografici nel senso più immediato del termine: al contrario - le storie di Nudità nascono da esperienze mie e di altri che nel corso degli anni hanno scavato un loro spazio dentro di me, rimanendo registrate nella memoria. Avevano qualcosa da dirmi, e hanno dimostrato di avere la profondità necessaria».

E per avvicinarsi alla verità, serve il ricorso al mito, come hai fatto, anche se in modo velato, nel tuo ultimo libro?

«Il mito è una chiave di lettura interessante della realtà, perché si pone al di là del tempo, in una dimensione astorica. Tocca sempre un nucleo di verità antropologica profonda. A una signora intervenuta a una presentazione del libro tempo fa ho detto che lo scrittore è uno che parla con i morti, e credo che questa affermazione sia vera da diversi punti di vista. Innanzitutto, lo scrittore attinge al suo patrimonio di ricordi e di vissuti, e quindi a un passato che per lui non è tale, che nella scrittura torna presente. In secondo luogo, perché i morti e i vivi sono “compresenti”, come diceva in una sua opera importante Aldo Capitini, filosofo e educatore nonviolento, ideatore della marcia Perugia-Assisi. Queste sono cose che i grandi scrittori hanno sempre saputo: Dante va a cercare la verità nel colloquio con i morti, Ariosto si perde fra i “cavalieri antiqui”, Leopardi (che pure è un illuminista ateo, lo dico a scanso di facili spiritualismi che mi sono del tutto estranei) non fa altro che dialogare con i morti, con gli antichi poeti Simonide e Saffo, con Parini, con Silvia; e si identifica, niente affatto paradossalmente, con figure come Angelo Mai che dedica la vita a far rivivere Cicerone e Federico Ruysch che parla con le sue mummie... Infine, a me pare che lo scrittore sia uno che si sforza di guardare alle cose come se fosse morto. È il punto di vista da cui tu guardi le cose. Qui trovo la differenza fondamentale tra lo scrittore e il giornalista. Quest'ultimo parla sempre del presente, mentre leggere Proust significa immergersi in una dimensione atemporale, metafisica, appunto – che è la dimensione del mito».

Filippo La Porta in un recente articolo su Il Sole 24 Ore di recensione dell’ultimo romanzo di Silvia Avallone, ha indicato due categorie di narratori: gli affabulatori e gli scrittori. I primi si offrono al lettore “che cerca soprattutto emozioni, anche low cost, che vuole farsi catturare da una storia”; i secondi “al lettore (minoritario) che chiede allo stile di uno scrittore una visione del mondo, uno sguardo critico (che gli complichi le cose), una verità essenziale e disturbante su di sé”. Tu dove ti collochi?

«Ho scritto due libri che rientrano, questo me lo dicono altri, in una dimensione dello “scrivere bene”. Ti confesso che mi piacerebbe riuscire in futuro a fare delle opere che oltre a essere scritte bene abbiano qualcosa di “sporco”, di impuro. Il rischio che abbiamo noi italiani è quello della prosa d'arte. La letteratura deve invece tentare di uscire da se stessa. I grandi della letteratura si sono sempre mossi al di fuori di essa. Il romanzo in particolare è sempre stato il genere più aperto al non letterario, al dibattito delle idee, all’analisi storica e sociologica, a tutto ciò che non è letteratura o narrazione in senso stretto. Concordo con La Porta: ridurre la letteratura alla narrazione, allo storytelling, è un impoverimento terribile. Le grandi opere non hanno mai rispettato questa regola assurda: Tolstoj e Dostoevskij sono pieni di pagine che in qualunque scuola di scrittura verrebbero bocciate clamorosamente. E lo stesso vale per Moby Dick, con tutte quelle digressioni sull’arte baleniera, e potrei continuare a elencare capolavori che con l’affabulazione nel senso di La Porta hanno poco a che fare. La verità è che noi abbiamo bisogno di opere che abbiano una loro forza intrinseca, che affrontino i grandi temi. È la radicalità della domanda a cui rispondono che è fondamentale. Rimani sulla pagina perché c'è qualche cosa che ti riguarda, c’è qualcosa che interessa anche te, dietro alle pagine su Napoleone o sulla caccia alla balena – o sui guelfi e i ghibellini o sul cardinal Federigo Borromeo».

Pierpaolo Pasolini

A un recente incontro hai citato tra i narratori più interessanti di oggi alcuni scrittori cattolici come Zaccuri, Doninelli, Dadati. È curioso questo giudizio da parte di una persona che si dichiara atea…

«La letteratura contemporanea ha due grandi numi: Tolstoj e Dostoevskij, è con loro che ancora oggi dobbiamo confrontarci. Entrambi erano pensatori religiosi. La letteratura del resto ha sempre un coté religioso, nasce come preghiera che solo poi diventa laica e si trasforma in poesia. Quello che trovo negli scrittori cattolici di oggi, ma anche di ieri, penso a Pasolini, a Testori, è la capacità di affrontare le grandi questioni in maniera radicale, cioè senza timori, senza autocensure. Questo avviene tanto più oggi che la cultura cattolica è minoritaria. Poi, io penso che la risposta offerta dalle religioni a queste domande non sia adeguata, non sia soddisfacente, perché per lo più dispensano risposte consolatorie. Ma, allo stesso tempo, le religioni offrono anche una visione ordinata e completa dell’universo, e questo mi affascina sempre: in fondo, mettere ordine nel cosmo è una delle nostre aspirazioni fondamentali, è il sogno impossibile che ha animato Dante nella Divina Commedia o Bach nel Clavicembalo ben temperato, e i grandi scienziati moderni, da Mendeleev a Darwin. A me sembra che sia un’aspirazione profondamente artistica, ma forse è il nocciolo segreto da cui nascono sia l’arte, sia la religione, sia la scienza.»

I contenuti sono importanti, però tu spesso metti in evidenza il metodo certosino di scrittura e riscrittura che applichi al tuo lavoro… Anche Saunders, che ho intervistato recentemente, diceva che lo scrivere è una “metodica rottura di scatole”…

«Qui tocchiamo un tema centrale: la tecnica, che si misura sempre con l’efficacia di quello che scrivi per poter ottenere un determinato effetto. Non è mai una ricerca formale fine a se stessa. Se studiamo gli scartafacci dei grandi, da Leopardi a Fenoglio, ci rendiamo conto dell’enorme lavoro di riscrittura che c’è dietro a ogni testo. I poeti, ma anche i prosatori, sono spesso degli ossessivi, dei malati di perfezionismo. Non tutti, ci sono nobili eccezioni, ma in generale... Io mi paragono spesso a un musicista, che ogni giorno fa scale e arpeggi ed esercizi di tecnica, e ripete mille volte lo stesso passaggio con variazioni minime, che nessuno percepisce al di fuori di lui, ma che per lui sono fondamentali in vista del risultato finale. Io vorrei - e qui esprimo un’intenzione, e come sappiamo le intenzioni non valgono niente, solo i risultati contano, ma lo dico lo stesso - che i miei racconti fossero apprezzati da tutti, anche da chi cerca solo una bella storia e non ha gli strumenti o la sensibilità per apprezzare la tecnica o il mestiere. E nello stesso tempo mi piace quando trovo il lettore che capisce il gioco, che coglie l’aspetto materico delle parole, il loro suono, la loro disposizione: l’arte ha in fondo anche una dimensione giocosa...»

Tu svolgi anche l’attività di “lettore” per alcune case editrici, selezionando nuove proposte in vista di una possibile pubblicazione. Che idea ti sei fatto dell’approccio alla scrittura da parte della generazione dei millennial?

«Mah, confesso di non avere affatto le idee chiare. Sono almeno due generazioni (dai giovani narratori degli anni Ottanta ai cannibali) che i fenomeni letterari sono diventati espressione del mondo editoriale, e non tanto di un dibattito intellettuale e artistico. Oggi ricevo moltissimi testi di autori e autrici usciti dalle scuole di scrittura, e spesso si tratta di libri ben fatti, che meritano la pubblicazione. Però, questo gli insegnanti onesti lo dicono e lo ripetono, le scuole di scrittura ti insegnano una tecnica, non fanno lo scrittore. Se non hai delle cose da dire, non te le insegna certo la scuola di scrittura. Quello che un editore serio cerca nei libri è qualcosa di più, qualcosa che possa durare nel tempo, che abbia uno spessore. Ci sono anche editori che giocano sul breve periodo, sul “caso”, sull’instant book, ma io, nel mio piccolissimo, perché sono un consulente esterno e non ho poteri decisionali, cerco di andare in una direzione diversa. Una volta l'editore aveva un rapporto duraturo con gli autori: Bompiani con Moravia, Einaudi con Pavese e Calvino, Garzanti con Gadda – erano quasi dei matrimoni. Non sempre questi grandi scrivevano capolavori, ma la relazione era tale che l’editore seguiva la loro ricerca e li sosteneva, anche nei libri che per loro natura avevano meno pubblico, perché sapeva che c’era una ricerca in corso. Ecco, se c’è un rischio oggi è di perdere questa dimensione di lungo respiro, di restare schiacciati sui tempi brevi della finanza e del giornalismo. La letteratura ha tempi diversi. Quando leggo cerco di assumere questa prospettiva, approfitto della mia condizione privilegiata, di “esterno”, appunto, per vedere le cose con un po’ di distacco. Che in fondo, se ci pensi bene, è un po’ la stessa cosa che faccio scrivendo».

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