L'Argonauta

4 Dicembre Dic 2017 1301 04 dicembre 2017

Brokken: «San Pietroburgo è la malinconia della storia»

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San Pietroburgo, fotografia di Sergej Bogomayako

“Era una notte incantevole, una notte che forse può capitare soltanto quando siamo giovani, mio caro lettore”: e chi non ricorda l’incipit de Le notti bianche di Dostoevskij, sotto il cielo luminoso di San Pietroburgo? Nell’ultima opera dello scrittore olandese Jan Brokken, I bagliori di San Pietroburgo, pubblicata ora in Italia da Iperborea (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo) c’è tutta la magia di questa città che è lo specchio più di ogni altra del genio russo e la vera capitale culturale del paese. Quello di Brokken è un affresco affascinante e rapinoso, raccontato con quella fluidità dello scrivere che è una sua prerogativa, sia quando si cimenta in un romanzo, sia quando rievoca in un racconto di viaggio l'enigma di questa città, “l’infinità di una prospettiva, elevata all’ennesimo grado” perché “dietro Pietroburgo non c’è nulla”.

Jan Brokken

In realtà è difficile cogliere in Brokken una differenza sostanziale tra romanzo e saggio-reportage. Si prenda il nuovo libro: I bagliori di San Pietroburgo viene pubblicato in Olanda nel 2016, un anno dopo il romanzo Il guardino dei cosacchi (sempre edito da Iperborea) che ripercorre il calvario di Dostoevskij dalla finta fucilazione alla deportazione alla colonia penale di Omsk in Siberia e il periodo di leva militare obbligatoria a Semipalatinsk, non lontano da Omsk. Ebbene, I bagliori di San Pietroburgo nasce sulla base del lavoro documentale sul posto per la stesura del romanzo. Jan Brokken, che è anche giornalista e di questo mestiere ha distillato il gusto del particolare e la precisione nel riportare le situazioni, pone i luoghi, prima ancora dei personaggi, al rango di protagonisti. La San Pietroburgo che ci presenta non è tanto quella della Prospettiva Nevskij, ma delle case in cui i suo personaggi reali hanno vissuto, cominciando da quella di Anna Achmatova, forse il nume tutelare del libro, a quella di Šostakovič, e poi via via, in una incessante sarabanda di sensazioni, fino al palazzo della famiglia Nabokov e alle dimore di Puskin e Dostoevskij. Non sempre il resoconto è di prima mano: alle volte la descrizione degli ambienti è ripresa da chi li ha visitati al tempo del protagonista. Così sono gli appunti di Isaiah Berlin a condurci su per la “ripida scala buia” fino al salotto di Anna Achmatova, all’interno dello splendido palazzo pietroburghese degli Seremet’ev sul fiume Fontanka. E Brokken annota: “se respiro a fondo mi sembra sentire l’odore di sigaretta. Devono avere fumato come ciminiere per ore durante le lunghe conversazioni”. Altrove, sono gli appunti del barone Alexander Von Wrangel nel Giardino dei cosacchi a farci conoscere la casa di Dostoevskij a Semipalatinsk, la “grande stanza con un soffitto così basso che vi regnava una penombra perenne” e dove “tutto era ricoperto di fuliggine e così buio che alla luce delle candele di sego quasi non si riusciva a leggere”.

Il palazzo dei Nabokov, ora museo

Davvero i luoghi ci aiutano a cogliere meglio gli autori? «In un certo senso, sì», mi risponde quando lo incontro a Milano in occasione del tour di presentazione del libro. «Se vai nei posti dove è vissuto un certo personaggio puoi respirare le cose, gli oggetti della sua vita. E' molto importante. Anche Claudio Magris ha evidenziato il rapporto che intercorre tra il paesaggio e la storia, anzi, come quest’ultimo fa la storia e le persone, si pensi ai suoi scritti Microcosmi e Danubio. In altri casi sono i racconti di altri ad avermi ispirato. Di Semipalatinsk avevo le bellissime descrizioni di Alexander Von Wrangel che erano più fedeli di un racconto di viaggio oggi, in una città che è stata stravolta dagli esperimenti nucleari del periodo sovietico e che ha il triste primato di oltre il 50% di persone malate di cancro». Gli chiedo anche come nasce questa sua passione per la Russia... «Vengo dall’Olanda, un piccolo paese. La Russia è tutto l’opposto: grande, terribile, bellissima. Avevo letto molto degli scrittori russi e mi venne naturale fare il primo viaggio al di fuori del mio paese proprio in Russia, in autostop, nel 1975. Ci tornai una seconda volta nel 1983 e fu un viaggio lunghissimo in treno dalla Cina attraverso quel territorio incredibile che è la Siberia, 7000 chilometri e ogni giorno cambiando l'ora. Avevo con me il libro autobiografico di Nabokov Parla, ricorda che mi venne confiscato alla frontiera tra la Cina e l’Unione Sovietica, allora era ancora uno scrittore all’indice. Quando di recente sono ritornato in Russia ho trovato la sua casa, un bellissimo il palazzo con eleganti finestre, trasformato in museo. La storia aveva cambiato tutto ».

Anna Achmatova, ritratto di Kuzma Petrov-Vodkin

Il libro di Brokken è un viaggio caleidoscopico in una città che sembra da sola contenere tutta la Russia, senza dimentica nessuno: ci sono i grandi classici come Puskin, Cechov e Gogol, Dostoevskij Nabokov, artisti come Malevič, grandi compositori come Ciaikovskij, Rachmaninov, Šostakovič; compare persino Putin, “pietrobughese purosangue cresciuto nel quartiere di Smol’nyi”. Un’attenzione particolare, che tradisce forse una predilezione, è quella verso la poetessa Anna Achmatova, rimasta in Russia anche durante la rivoluzione per solidarietà con il suo popolo, come scrive nell’epigrafe della sua raccolta più commossa e dolorosa, Requiem: “No, non sotto un cielo straniero / non al riparo di ali straniere: / io ero allora con il mio popolo, /là, dove per sventura, il mio popolo era”. «E' la voce delle donne in Leningrado nel XX secolo», commenta Brokken. «Bravissima a raccontare amori stupendi, ma anche essenziale e filosofica e, con in più la freschezza di Puskin. In Requiem riviviamo le interminabili attese davanti alla spaventosa prigione di Krestij in cui era detenuto il secondo marito e il figlio Lev, scienziato e filosofo, che vi trascorse 14 anni. Così la Achmatova diventa il simbolo delle madri di quella città che piangono i figli portati via e in prigione. Pensi che Lev era molto arrabbiato con sua madre perché pensava che non avesse fatto nulla per farlo liberare, ma naturalmente non era vero. Tutti erano manipolati e vittime di quel potere».

Šostakovič e la moglie Irina

Nel libro di Brokken ci sono diverse curiosità e aneddoti su alcuni grandi protagonisti della cultura russa. Come il ritratto che fece l’Achmatova di Šostakovič negli anni ’50: “era silenzioso, nervoso e sempre spaventato”, quasi presago sempre di una fine imminente, come lo descrive anche Julian Barnes nel suo L’attesa della fine che apre il racconto con il compositore che trascorre le notti sul pianerottolo di casa aspettando che la polizia segreta venga a prelevarlo e incarcerarlo. « Šostakovič era così. In La casa del pianista racconto del grande pianista Egorov, di cui ero diventato amico, il quale mi diceva che a 20 anni, nel 1966, era stato selezionato per suonare il secondo concerto per pianoforte e orchestra di Šostakovič e questi era venuto a sentirlo a Kazan. Sedeva in seconda fila e sembrava sempre spaventato, fumando una sigaretta dopo l’altra, con i suoi occhiali spessi. Alla fine volle farmi i complimenti, ma non riuscì non trovava le parole e riuscì a mala pena a balbettare che era stato “bbbello”…»

In chiusura chiedo a Brokken dell’amato Dostoevskij e di Nabokov, che a differenza sua non lo apprezzava... «E’ vero, Nabokov non lo amava, anzi lo detestava cordialmente, ed difficile capire perché. Dostoevskij è stato forse il primo scrittore nella letteratura mondiale a raccontare le storie interamente dal punto di vista dei personaggi, che nel suo caso erano gli ultimi, gli umiliati e offesi. Ha dato loro un linguaggio, un modo di pensare, si è fatto solidale con la loro grettezza, collera, malvagità, con i loro piccoli piaceri ed espedienti. In questo modo ha dimostrato che ogni umanità è capace di poesia e può essere oggetto di letteratura. A Nabokov sono grato perché mi ha fatto conoscere la malinconia nella sua forma più pura, che è anche la malinconia di San Pietroburgo e della Russia: quella del tempo che distrugge e cancella ogni cosa. Credo sia questo il fil rouge di tutti i suoi libri».

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