L'Argonauta

12 Dicembre Dic 2017 1132 12 dicembre 2017

Zaccuri: oltre i classici ci sono ancora i classici

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Forse non cambieranno il mondo, né lo salveranno, come pensava a proposito della bellezza il principe Miškin ne L’idiota di Dostoevskij, ma certamente i cosiddetti «classici» possono offrire anche allo smaliziato e distratto lettore di oggi alcune valide ragioni per essere ripresi in mano e (ri)letti. Il volume di Alessandro Zaccuri, recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie, Come non letto (sottotitolo: “10 + 1 classici che possono ancora cambiare il mondo”), vuol essere un invito a farlo. Non una riflessione sistematica sulla categoria, quindi, ma un invito a leggere queste opere partendo per ognuna da una parola-chiave: il sogno per Don Chisciotte, l’Italia per i Promessi sposi, la storia per Guerra e pace, il male per Dracula di Bram Stoker (ebbene sì, c’è anche lui…), e così via. Va detto subito che il libro di Zaccuri, scrittore, giornalista di Avvenire, conduttore in passato di talk televisivi, medievista e appassionato di cinema, non nasce come un saggio letterario, sia pure divulgativo, ma come sostegno a un progetto sociale dell’Associazione Nocetum di Milano, che opera in favore delle donne in situazioni di difficoltà. I 10 classici + 1 sono, infatti, la versione scritta e rivista di altrettanti incontri che lo scrittore ha tenuto per parlare di letteratura e, allo stesso tempo, per raccogliere fondi a favore dell’associazione.

Alessandro Zaccuri, foto di Stefano Saporito

«L’Idea dei miei incontri sui classici è quella di riscoprire e attualizzare il valore di libri che tutti di nome conoscono, ma che in realtà sono ancora poco letti e approfonditi», spiega Zaccuri. «C’è un diffuso pregiudizio che ci porta ad accantonarli, perché pensiamo già di sapere che cosa c’è dentro, magari per averne visto la versione cinematografica o averli svogliatamente studiati a scuola. E, invece, sono “classici” perché ci continuano a interpellare, perché producono significati, inducono scoperte che non si esauriscono in una sola lettura, né tanto meno in una interpretazione singola. Trascendono sempre i nostri sforzi di categorizzare e semplificare. Per questo nei miei incontri, più che fornire un’introduzione sistematica all’autore e all’opera, ho preferito introdurmi nel loro mondo specifico partendo da quello che mi è rimasto della lettura: uno stato d’animo, una piccola cosa che ho imparato. In altre parole, ho cercato una parola che non avesse la pretesa di definirli univocamente, ma che condensasse il significato che hanno avuto per me».

Georges Perec

Nel libro di Zaccuri c’è però un’appendice, un di più… E’ quell’undicesimo capitolo su Perec che ci porta oltre la classicità, un incunabolo insidioso nella contemporaneità, in quella forma «romanzo» che sopravvive a se stessa e alle molte sentenze di morte che gli vengono affibbiate dagli anni Sessanta in poi. Un libro, quello di Perec, che conduce Zaccuri, dopo un lungo “congedo” dalla letteratura alla riscoperta che anche dopo Joyce “il romanzo non era finito. Si poteva smontare e rimontare, senza per questo rinunciare a raccontare”. Bastava “prendere le convenzioni del romanzo, spingerle oltre il limite accettato, spostare la letteratura su un altro livello”. Certo qualcosa viene meno con il romanzo del Novecento: ad esempio l’onniscienza del narratore ottocentesco che “pretendeva di dire tutto del protagonista di turno”. Ma anche qui c’è una spiegazione: forse perché “lo scrittore del XXI secolo” annota Zaccuri nel capitolo sul Dracula di Stoker “non si sente più in diritto di assumere la prospettiva di un Dio nel quale non crede e non può prendere a paradigma”. E, “In assenza di una verità riconosciuta , ciascuno mette a disposizione un suo frammento di conoscenza, non importa quanto limitato e imperfetto", perché “a fare sintesi della storia non è più chi la scrive, ma chi la legge".

Certo, i libri contemporanei “creano una maggiore distanza”, mentre i classici del secolo precedente avevano un tono popolare, tanto da sembrare libri per ragazzi (e tali sono, in fondo, considerati alcuni dei classici scelti nel libro: da Oliver Twist di Dickens a Moby Dick di Melville a Robinson Crusoe di Defoe). Eppure si tratta di una semplicità, di un ordine, più apparenti che reali: il cosmo provvidenziale dei Promessi sposi si infrange alla fine nell’aporia del male de La Colonna Infame, che inizialmente doveva fungere da chiusa al romanzo, l’ottimismo “storico” di Guerra e pace non si conferma nel travaglio delle opere successive, il mondo di Dostoevskij è già un sottosuolo magmatico “nella cui oscurità si nasconde la possibilità di una redenzione”.

«La differenza tra le opere – non solo letterarie, ma artistiche in generale – del periodo cosiddetto “classico” e quelle successive » riprende Zaccuri «la sintetizzò in modo efficace in una intervista il maestro Muti. Al giornalista che gli accennava alla difficoltà di capire la musica contemporanea rispose che la musica colta di oggi non è meno bella di quella dell'Ottocento, quello che è venuto meno è il tema. Il tema è come una carrozza che ti porta in giro per la campagna: nel periodo “classico” la carrozza alla fine ritornava, oggi la carrozza c'è ancora ma non ti riporta più a casa. Concordo con lui: è venuto meno, insieme alla sicurezza di poter raccontare, il racconto come forma e conclusione certa. Infatti, il finale aperto è sempre più frequente. In fondo, è un modo per sottrarsi all'impegno morale che il romanzo richiede. D’altra parte, anche molte delle leggi della fisica tradizionale sono state messe in discussione. E il romanzo è molto sensibile al contesto in cui si trova».

E il contesto ci dice anche che le grandi narrazioni non sono finite. Anzi, il successo mediatico delle serie televisive, da Gomorra al fantasy, dalla politica e gli intrighi di potere (House of cards) alle varie declinazioni delle telenovela, dimostra il contrario: ciò che Lyotard dava per definitivamente superato con il postmoderno, ritorna di attualità e riscuote grande seguito anche presso le nuove generazioni.

«E’ un’eredità, in fondo, del romanzo ottocentesco,» continua Zaccuri, «del suo carattere popolare da feuilleton, romanzo d’appendice a puntate che trovava lettori anche nel mondo piccolo-borghese. E’ il fascino della serialità, di una storia che non finisce mai, specchio stesso della vita. Anche la tendenza alla fiction giornalistica, documentale o all’autofiction, da Malaparte a Siti, da Saviano a Franchini, è un modo di privilegiare la cronaca, il racconto situandolo nei suoi risvolti di realtà. E chi riprende lo schema “classico” del romanzo e lo porta avanti, come, ad esempio Ken Follet (che Zaccuri conosce bene per averlo tradotto, ndr), funziona ancora benissimo e gli si dà credito. In realtà, con buona pace di Lyotard, sembra che ci siano rimaste soprattutto le grandi narrazioni»

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