L'Argonauta

24 Gennaio Gen 2018 1225 24 gennaio 2018

Roberto Mordacci: "Archiviato il postmoderno serve un nuovo illuminismo"

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“Uno spettro si aggira per l’Europa” scrivevano con mal celata soddisfazione Marx e Engels a proposito del comunismo all’inizio del loro Manifesto, pubblicato a Londra nel 1883. Così iniziano anche un articolo programmatico del filosofo torinese Maurizio Ferraris su Repubblica dell’agosto 2011 rifacendosi a quello che lui battezza nuovo realismo (new realism) e il volume La condizione neomoderna (editore Einaudi) di un altro filosofo, Roberto Mordacci, preside della Facoltà di filosofia dell’Università Vita e salute San Raffaele a Milano, in questo caso con riferimento al postmoderno.

Il filosofo Roberto Mordacci

Quale che sia lo spettro in questione, sembra ormai a molti che la nuova fase della storia mondiale, apertasi con l’attentato alle Torri gemelle nel 2001, abbia portato in ambito culturale al superamento del concetto di «postmoderno» e di ciò che esso ha rappresentato in discipline pur eterogenee, come l’architettura, la pittura, la narrativa e, naturalmente, la filosofia, in quella lunga stagione che si allunga dal dopoguerra agli anni Novanta. L’archiviazione del postmoderno ha oggi troppi consensi per non considerarsi assodata: il citato Maurizio Ferraris, che pure è stato allievo di due pezzi da novanta di quella corrente di pensiero, Jacques Derrida e, in Italia, Gianni Vattimo, ha pubblicato, tre anni dopo l’articolo di Repubblica, il Manifesto del nuovo realismo, in cui tematizza e approfondisce la tesi abbozzata nell’articolo di Repubblica in un definitivo congedo dalla postmodernità.

E’ in questo dibattito che si inserisce il prezioso contributo sul Neomoderno di Roberto Mordacci. Di postmodernismo (il postmoderno in chiave letteraria) si comincia a parlare in ambiente ispanico con Federico de Onìs che utilizza il termine nel 1934 in un'antologia di autori attivi tra le due guerre, la cui opera egli vede contrassegnata da un superamento della letteratura modernista di inizio Novecento. Nume tutelare della nuova corrente è Cervantes, da alcuni considerato un anticipatore delle successive tendenze della metafiction. In ambito filosofico viene propugnato qualche decennio dopo, negli anni Settanta, in Francia da un manipolo di agguerriti filosofi e sociologi francesi, tra i quali Jean-Francois Lyotard che pubblica nel 1979 un libro-manifesto dal titolo La condizione postmoderna, nel quale pone il tema, diventato poi di dominio pubblico della fine dei grands recits, ossia delle grandi narrazioni ottocentesche.

Il postmoderno in filosofia si ricollega alla critica nietzscheana al paradigma del «moderno», la pretesa, cioè, di includere la vita entro schemi prestabiliti rassicuranti, laddove essa è soprattutto sopraffazione e violenza. Con Heidegger la sfida si radicalizza in chiave teoretica: in crisi non è solo la morale, come sosteneva Nietzsche, ma l’intera società dell’Occidente e la colpa è della metafisica, cioè del pensare l’ente come staccato dall’essere, come semplice presenza oggettuale (Heidegger parla di vorhanden, alla mano, afferrabile). In questo modo la filosofia ha dato un avvallo decisivo al positivismo e alla sua idea di tecnica come manipolazione della realtà e, quindi, dell'ente. Per accedere a ciò che non è vorhanden, l’intangibile e immateriale, è necessario infrangere la superficie sclerotizzata delle cose, recuperandone il valore originario che si è perso nella progressiva codificazione del linguaggio. Su queste basi Jacques Derrida porrà, a partire dagli anni Sessanta, la sua feroce critica al linguaggio (appunto), mostrandone con processi decostruttivi l’artificiosità e insostenibilità logica.

Jacques Derrida

Le conseguenze di questi orientamenti sul piano pratico sono facilmente intuibili. Sul banco degli imputati salgono i concetti di realtà e di verità, e al loro posto, come ricorda Mordacci nel suo libro, ”rimangono la narrazione, la poesia, l’ironia e il gioco”. Per i postmoderni “il senso della verità nella società della comunicazione è interamente ricondotto al conflitto delle interpretazioni, a quella che potremmo chiamare «lotta per la persuasione»”. Ma possiamo fare a meno, sul piano pratico, quindi sociale e politico, della verità, si chiede il filosofo milanese? Dopo l’11 settembre non è più possibile. E non lo è, in particolare, se guardiamo al preoccupante fenomeno della cosiddetta «postverità», che altro non è che “l’onda lunga della non-verità dell’intellettuale postmoderno (…) una volta giunta alle masse”.

«E’ stato Ferraris con il suo Manifesto del nuovo realismo» spiega Roberto Mordacci «a introdurre in Italia il termine di “inemendabile”, intendendo ciò che rimane al di là di tutte le possibili interpretazioni, il nocciolo duro della realtà, che non si può scalfire, e che rimane il riferimento indispensabile per un agire etico e razionale. Si tratta, allora, di recuperare il concetto di «realtà» e, parallelamente, applicarvi l’esame critico della “ragione”. Certo, senza quell’accezione dogmatica che forse aveva in passato, ma – attenzione – solo nella sua degenerazione positivista ottocentesca, non certo nella prospettiva illuministica».

Dopo la messa in discussione di concetti come realtà e verità da dove si ricomincia, gli chiedo. «Oggi siamo consapevoli che la pretesa del linguaggio e della filosofia di raccontare il reale così com’è non ha alcuna fondatezza, l'intero non si da mai nel linguaggio. Ma nemmeno possiamo pensare che il linguaggio non dica nulla della realtà. E allora occorre ripartire da un concetto di ragione in chiave moderna, cioè come movimento critico costante che domanda all'esperienza conto di se stessa basandosi sul principio di non contraddizione».

Non siamo quindi usciti dalla modernità … «Il mio tentativo di lettura è che siamo in una riedizione diversa della prima modernità. Le differenze sono evidenti: lo scenario globale, l’accelerazione dei cambiamenti indotti dalla tecnologia, la scienza che ha messo mano alla conoscenza dell'umano in modo radicale. Ma, allo stesso tempo, occorre recuperare dell’illuminismo la funzione critica sul reale: c’è un reale, c’è un vero, c’è un’etica. La critica sociale e politica degli anni Sessanta ha finito per investire il concetto stesso di critica, delegittimandola e assumendo, di fatto, uno statuto di pura conservazione. Oggi siamo in una nuova modernità, quella che nel mio libro definisco come condizione neomoderna, fase d’incubazione di un diverso illuminismo che rifondi e rilanci la conoscenza critica, la salvaguardia delle differenze rispetto all’omologazione, l’equilibrio di poteri, anche politici e culturali, a discapito dell’egemonia del singolo. Da qui bisogna ripartire. E la posta è alta: scongiurare il rischio di nuovi spettri, di una nuova barbarie».

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