L'Argonauta

3 Aprile Apr 2018 1221 03 aprile 2018

Cioran, il funambolo inquieto tra Dio e il nulla

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Dove si colloca, se esiste, il punto di contatto tra misticismo religioso e una radicale e sofferta esperienza del nulla in una prospettiva atea? Siamo ai due vertici opposti o questi due poli in qualche modo si toccano, chiudendo un cerchio ideale, logico e consequenziale nelle sue premesse? L’epistolario tra il filosofo romeno Emil Cioran e George Bălan, da poco pubblicato da Mimesis, Tra inquietudine e fede. Corrispondenza (1967-1992), curato da uno “specialista” di Cioran come Antonio Di Gennaro, può fare luce su queste domande. È curioso che due intellettuali che ben hanno conosciuto Cioran, il Bălan del citato carteggio e il filosofo esistenzialista francese Gabriel Marcel, lo definiscano come uno spirito “religioso” e un “testimone”. Va detto che la questione dei rapporti con la religione cristiana del filosofo romeno, laureatosi con una tesi su Bergson ed emigrato, come altri illustri connazionali (tra gli altri, Eliade e Ionesco), nel 1937 nella Parigi dei caffè esistenzialisti, è dei più controversi. La scrittura di Cioran non è mai sistematica, nasce da un magma incandescente da cui fuoriescono zampilli che, fuor di metafora, sono aforismi, frammenti di pensiero, apologhi eterogenei eppure non privi di coerenza, che colpiscono per la loro incandescenza e scomoda gravità, che però invano potremmo provare a riunire in un sistema di pensiero compitamente filosofico.

Figlio di un pope ortodosso di Sibiu, storica cittadina della Transilvania già asburgica, e dalla fervorosa presidente di un’associazione di donne ortodosse, il giovane Cioran vive con insofferenza il devoto clima familiare. In un’intervista del 1970 a un giornalista francese ricorda: «Da ragazzo ero, a dir poco, ferocemente ateo. Quando ai pasti si recitava la preghiera, immediatamente mi alzavo da tavola e me ne andavo». Un punto di quasi non ritorno con la famiglia ha luogo nel 1937, quando Cioran, che aveva pubblicato quattro anni prima, a 23 anni, la sua opera d’esordio Al culmine della disperazione, dà alle stampe Lacrime e santi, una raccolta di aforismi in cui manifesta apertamente la sua insofferenza e inconciliabilità con la tradizione religiosa ricevuta. Un volume che crea imbarazzo anche in famiglia, tanto che la madre, Elvira Comaniciu, lo redarguisce in una aspra lettera (“non avresti dovuto pubblicarlo prima della nostra morte…”), ma di cui coglie puntualmente il disagio che si cela dietro quelle posizioni estreme: «Si avverte che in te c’è una frattura interiore; da un lato la bestemmia, dall’altro la nostalgia». Nostalgia verso un assoluto che Cioran non riesce e può conciliare con il Dio storico della tradizione cristiana, ma di cui avverte prepotentemente l’anelito, come scrive nei Quaderni: «nessuno è più religioso di me. Né di meno. Sono allo stesso tempo più vicino e più lontano dall’Assoluto di chiunque altro». E che in Lacrime e santi sembra identificare piuttosto nella musica che nei dogmi della fede: «niente è più idoneo a rivelarci la divinità alle frontiere dell’émpito sonoro (…) di una fuga di Bach».

La musica sarà anche il terreno comune che avvicina i due protagonisti dell’epistolario con il musicologo romeno George Bălan. Occasione della corrispondenza – cinquantatré lettere che i due si scambiano dal 1967 al 1992 –, è la scoperta casuale da parte di Bălan di uno scritto giovanile del filosofo che lo porta ad approfondirne l’opera e a decidere di dedicargli una monografia, anche per favorire una riconciliazione tra il filosofo esule e l’establishment culturale e politico romeno che non gli perdonava la fuga in Occidente e, soprattutto, di aver espresso giudizi negativi sulla Romania. In realtà, il libro, come presagisce subito Cioran, incontrerà in patria non poche difficoltà e resistenze, così da essere completato solo dieci anni dopo e vedere le stampe nel 1992, a cambio di regime avvenuto.

L’epistolario offre una variegata panoramica di temi – culturali, sociali, politici – tra cui la «inquietudine» nei rapporti con l’assoluto a cui fa cenno il titolo della raccolta. Certamente, influisce sui contenuti dello scambio epistolare la «svolta» religiosa di Bălan attorno al 1967, che porterà il musicologo a intraprendere gli studi di teologia a Sibiu e a soggiornare presso il monastero della Rohia, nella regione settentrionale del Maramureș, in cui terminerà i suoi giorni un altro grande pensatore convertito del Novecento romeno, Nicu Steinhardt, autore di un memorabile Diario della felicità a testimonianza ex post del suo internamento nelle carceri comuniste.

Il monastero della Rohia, Maramureș

È Bălan a porre con il maestro il tema della “perfetta compatibilità tra fede e inquietudine” in una delle prime lettere dell’epistolario. E Cioran gli risponde: «Sono certo di aver cercato Dio, ma sono ancora più certo di aver fatto di tutto per non incontrarlo... L’origine di tutte le mie grida verso Dio, come anche tutto il sarcasmo con cui l’ho glorificato, dev’essere ricercata in un sentimento di totale e opprimente solitudine, al termine del quale automaticamente egli appare... Ecco perché una delle cose che intendo meglio è la preghiera – vale a dire le ragioni che spingono verso di essa, la terribile lacerazione dalla quale deriva».

Preghiera, quindi, non come invocazione fiduciosa, ma urlo disperato di chi si sente «gettato nel mondo», ecco un’eco heideggeriana, che è luogo di abominio, “lurida fogna”, destino non voluto di un venire all’esistenza; ed è questa la colpa che Cioran non può perdonare a Dio: «aver creato un mondo osceno, corrotto, obbrobrioso (il peggiore dei mondi possibili), impregnato di male e in cui l’uomo è vittima sacrificale, un martire innocente immolato sulla croce del Tempo» come chiosa Antonio Di Gennaro nella relazione su “Dio e il nulla. La religiosità atea di Emil Cioran” per il convegno che si è svolto nel novembre scorso presso la Pontificia Facoltà Teologica di Napoli e di cui Mimesis sta curando la pubblicazione degli atti (in previsione per l’autunno).

Cioran con George Bălan

Il Dio vituperato, con cui Cioran, come Giacobbe con l’angelo, intraprende un irreducibile corpo a corpo, non cessa mai, tuttavia, di permanere nel suo orizzonte di riferimento, anche se in negativo. In un’intervista concessa a Rosa Maria Pereda, riportata da Di Gennaro nella già citata relazione, Cioran viene a identificare Dio come posizione limite della propria solitudine esistenziale: «Io non parlo di Dio come Dio, come quello delle religioni. Parlo di Dio come di un essere solitario. Per me Dio è una specie di punto di riferimento. Non si può comprendere la propria solitudine senza l’idea di Dio, che è l’essere solo per eccellenza. Dio è per me, che non sono credente, l’io portato all’estremo. Dio è il punto estremo della mia solitudine». Ma neanche il Dio “solitario” è l’ultima frontiera, l’approdo definitivo: «si ha sempre qualcuno sopra di sé; oltre Dio stesso s’innalza il Nulla».

Così la ricerca di Cioran approda a quel limite estremo, il Nulla, appunto, in cui la teologia apofatica o negativa, che il filosofo romeno aveva studiato e assimilato in gioventù, postula la presenza/assenza del divino, lungo un filone di pensiero plurisecolare che da Dionigi l’Areopagita scorre e si dirama nella riflessione dei grandi mistici, da Meister Eckhart a San Giovanni della Croce (la “notte oscura”) a Angelus Silesius. Con una differenza fondamentale, però: nella mistica religiosa il nulla è davvero l’incontro con il Dio assoluto, per Cioran questa saldatura, che postulavamo nella domanda iniziale – il “punto di contatto” tra nulla e assoluto – non si compie. È esemplificativo un passaggio dei Quaderni, riportato nell’appendice all’epistolario, che Cioran esprime riguardo alla sua esperienza del nulla. Scrive: «è essenziale in ogni esperienza mistica, ma non è assimilabile a questa. Il tutto è niente del mistico non è che una preparazione all’assorbimento in quel tutto, che diventa miracolosamente esistente, ossia davvero tutto. Questa conversione in me non è avvenuta. La parte positiva della mistica mi è preclusa». «Il mio posto, la mia patria» scriverà ancora, nei Quaderni, «è, come per i mistici, quel niente che precede Dio».

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