L'Argonauta

18 Aprile Apr 2018 1152 18 aprile 2018

Andrea Marcolongo, quando le parole ci rivelano chi siamo

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In un presente che appare spesso indecifrabile occorre ripartire da quel meraviglioso paesaggio di significati e invenzioni che è il linguaggio, dalle parole. E’ questo il messaggio che Andrea Marcolongo, la giovane scrittrice cremasca che da due anni risiede a Sarajevo, ha voluto lasciare con il suo secondo libro, La misura eroica, edito da Mondadori. Le parole nella loro forma aurorale, quella matrice da cui tutte provengono e che nel tempo si è usurata, deformata, lasciando fuoriuscire segni che si sono atrofizzati in pure espressioni verbali, giochi linguistici alla Wittgenstein. Per riscoprirne allora il significato autentico occorre ritornare alla culla del linguaggio europeo e della cultura che ne è scaturita: la civiltà greca.

Andrea Marcolongo

Non è un caso che il suo primo libro, di grande successo per un esordio, è stato nel 2016 La lingua geniale, un atto di amore verso la lingua greca, per riscoprire il senso della grammatica come regola dell’esistere prima ancora che funzione regolatrice della lingua. E anche se l’autrice sottolinea la diversità tra i due libri - «non c'è continuità, dopo il primo libro mancava qualcosa: non volevo occuparmi di lingua, ma cercare un respiro diverso per raccontare il presente, non è un libro sull'antico » - l’evoluzione è in qualche modo evidente, con il secondo che si pone su un piano certamente più universale e ambizioso: «Serve un filo per districare questo presente che appare. La misura eroica è un libro per adulti, nasce dalla difficoltà di capire che siamo al mondo per essere felici, non per essere qualcosa, ma qualcuno e per fare delle cose belle e grandi».

A guidarci in questa riscoperta del senso originale del linguaggio che cos’altro poteva essere se non il mito, quello degli Argonauti, in questo caso, le avventure di un manipolo di di giovani che, salpando dalle rive sicure della Tessaglia, si mettono alla ricerca del vello d’orodiretti alla lontana Colchide, una regione impervia e inaccessibile a est del mar Nero. La storia è collocata cronologicamente una generazione prima della guerra di Troia (vi ritroviamo, tra gli altri Peleo, padre di Achille, il «pelide») ed è riportata da vari autori classici, ma divenne famosa in età ellenistica per il poema di Apollonio Rodio, sulle cui tracce si pone anche la nostra autrice. Con un’avvertenza, però: non si tratta di una riproposizione aggiornata o divulgativa del poema ellenistico, ma di una riflessione attenta a riportare in luce quei significati reconditi e sempre attuali che il mito, per la sua natura esemplificativa e atemporale, sempre racchiude, e la cui verità ci si rivela attraverso le parole: «ci sono molte etimologie che sono un modo di tornare alla realtà,» spiega la Marcolongo, «perché quando le cose si complicano, si complicano anche le parole e questo è un modo per riportarle alla vita».

Con precisione e solerzia, l’autrice si sofferma su un lessico di circa una ventina di termini che costituisce la chiave di accesso a una comprensione migliore della contemporaneità attraverso il recupero del loro significato originario, che nel tempo è andato perduto. Nella convinzione, come sosteneva Platone, che “le parole hanno il potere di creare, di formare la realtà – parole reali, che hanno effetti altrettanto reali sul nostro presente” e pertanto “l’assenza di parole è dunque assenza di realtà”.

E vediamone alcune, allora, cominciando da quella che dà il titolo al libro: eroe, eroico. Viene probabilmente dalla stessa radice indoeuropea da cui il sanscrito vira e il latino vir: esprime il coraggio, la forza di lasciarsi alle spalle le sicurezze, come i giovani argonauti, per aprirsi alla vita e al futuro. “Eroe” scrive Marcolongo “è chi decide la sua vita”, chi crede “non solo possibile, ma doveroso essere felici”. Anche qui serve il ricorso all’etimologia: felice, dal latino felix, deriva dalla stessa radice verbale fe-di fecundus, cioè «fertile», «produttivo». “Essere felici non significa quindi non avere problemi, contrattempi e vivere un imperturbabile stato di quiete – quella si chiama tranquillità, calma, magari relax (…).La felicità è invece l’opposto: è l’energia di agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare – di essere fertili, di veder sbocciare i fiori che siamo”.

A questo serve il viaggio: ci mette in moto, ci impone di accettare il «mutamento», anche a rischio di incorrere in un naufragio, altro termine che si chiarisce etimologicamente: è il rompersi, ferirsi di una nave, non di noi stessi. La si lascia alla deriva e si procede in altro modo, la vita non finisce lì, anzi si arricchisce dai fallimenti, perché “la fallibilità è la prima dote dell’essere umano, ciò che ci separa dall’infallibile divino. Siamo al mondo per cadere, per poi rialzarci”. Basta avere un pizzico di onestà e ammettere gli sbagli, o, meglio, serve quella «sincerità» che Andrea Marcolongo ha scoperto per caso a Sarajevo. «Il rapporto con questa città è oggi quello con la mia terra del cuore. Qui le persone non sono arrabbiate per la guerra terribile che hanno vissuto. La vita è schietta e sincera, senza finzione. Ecco perché qui sono felice e non riesco a scrivere altrove».

La città vecchia a Sarajevo

Marcolongo ha forse ancora in mente gli anni trascorsi in Italia come ghost writer di Renzi, un mondo quello della politica che non le appartiene più. «E’ stata un’esperienza entusiasmante, ma sentivo di non avere la responsabilità verso i lettori, la responsabilità di essere sincera, intendo. Allora cercavo un coinvolgimento con la vita reale: avevo 25 anni, pensavo a una nuova politica e ci credevo molto. Quando ho smesso di crederci ho smesso anche di scrivere per la politica, non ero una professionista, lo facevo solo per passione». E da questo «naufragio» è nata e maturata anche la sua vera vocazione, quella della scrittura. Approdo quasi inevitabile, come confessa lei stessa nel libro: “perché ho capito dopo, molto dopo, che le parole per dire ci sono e bisogna fare lo sforzo di trovarle, sempre”.

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